Contro la folla, il primato dell’emozione smontato dal libro di Emanuele Ricucci

di Redazione
12 Maggio 2020


Emanuele Ricucci nel bel mezzo della pandemia ha pubblicato un libro che ha il sapore delle prose di inizio secolo scorso, sfogliando Contro la folla. Il tempo degli uomini sovrani (edizioni Passaggio al Bosco) si avverte una tensione ideale simile a quella che animava l’interventismo culturale de La Voce o Lacerba

Dice Ricucci: “L’uomo folla è il peggioramento dell’uomo massa”, per bilanciare questo terribile appiattimento verso il basso l’unica è tornare a “coltivare e coltivarsi. Coltivare l’uomo di domani, sovrano di sé stesso”. In tal modo l’autore evoca una sublimazione filosofica della categoria politica del sovranismo appunto in direzione dell’Egemonikon, il sovrano interiore di cui appunto parlavano gli stoici (ma di cui parlava tutta la nostra tradizione formativa fino al rimbambimento del Sessantotto).

Ritrovando una continuità di pensiero con le analisi di Le Bon, di Ortega y Gasset Ricucci mette il dito in quella che è una delle piaghe più dolorose dell’attualità: quella sorta di morbosa proliferazione della “empatia”. Una delle chiavi di volta della ideologia oggi dominante è appunto il porre l’emozione sopra la ragione. Ma l’emozione di per sé è instabile, assolutamente non ponderata; per questo gli animi dell’uomo-folla oscillano tra l’auspicio da paese dei balocchi di un “mondo senza confini” e l’adesione all’appello delatorio nei confronti di chi esce dal proprio domicilio coatto senza mascherina: “che si debba transita e dal “mondo senza confini” a “sparate al mio vicino”, è questione di poco”.

La parte emozionale degli individui è stata posta al centro del villaggio occidentale, non come una delle tante componenti importanti dell’uomo ma come la sua componente più importante, come ciò che rende uomo un uomo. È stata concessa un’esacerbante importanza all’aspetto emozionale. Ne deriva una sorta di sentimentalismo politico e gli ingenui non si accorgono che tale atteggiamento rappresenta una forma di inquinamento della democrazia.

Lo spagnolo Arias parla di un “sentimentalismo tossico” che devasta la politica e più in generale il dibattito delle idee generando uno stato di eccezione emotiva permanente. Ancor più efficace è la citazione di Sartori che sottolinea in un passo: “il sapere è logos non è pathos. E per gestire la città politica occorre il logos, la cultura dell’immagine rompe il delicato equilibrio tra passioni e razionalità.  La razionalità dell’homo sapiens sta recedendo. E la politica emotiva, emotivizzata, riscaldata dal video, solleva e attizza problemi senza fornire nessunissima idea di come risolverli. E così li aggrava”.

Una conseguenza di questa combinazione indigesta tra eccesso di emotività e di immagine è che il privato finisce con l’inondare il pubblico. Acuta è l’analisi di Ricucci che nota come nella società di oggi il paradigma totalitario di Orwell sia stato capovolto, da un eccesso all’altro. Orwell in 1984 rappresentava il timore del potere pubblico che gestisce morbosamente il privato, ora l’emozione intima si fa pubblica. Oddio… se alle esternazioni intimistiche di politici e soubrette si aggiunge anche la pulsione di un potere politico simil-cinese a controllarti con le telecamere sul ballatoio e le spie sul telefonino la frittata è fatta con la congiunzione dei due estremi!

In questa bassa marea delle forme all’eccesso dell’immagine e della emotività si aggiunge una frenesia nel comunicare. Il comunicare bulimico è tipico dell’uomo-folla (sia esso ministro oppure travet): “diffidiamo delle nostre percezioni fino a quando la fotografia non le conferma. Le immagini fotografiche ci danno la prova della nostra esistenza” ed è per questo che vengono diffuse per una ulteriore conferma di esistere. Carina la definizione adoperata dal nostro Ortega per questa forma compulsiva: “selfismo militante”.

All’ultimo orizzonte di questa deriva si affaccia un drammatico indebolimento del carattere, quello che ad esempio caratterizza la generazione occidentale dei fiocchi di neve. Ragazzi fragili, ipersensibili, che però reagiscono non appena si turba la loro emotività in maniera rabbiosa, cattivella: sardine con denti da piranha.

Ricucci arriva allora a cogliere il paradigma dominante: “Cultura della debolezza. Qui è il focus. E la debolezza non può garantire maturità civile, né evoluzione degli uomini”. Una forma mentis che non a torto egli individua anche nel modo di operare durante l’emergenza di un politico come Conte, che è passato da una pretensiosa dichiarazione di “prontezza” ai più indegni scaricabarile.

E allora quale il paradigma alternativo? Ricucci immagina un sovranismo che oltre a saper offrire un progetto politico articolato si innalzi anche ad esigenza di “sovranità interiore”. Gli individui devono tornare ad iniziarsi alla Humanitas, alla compiuta maturità, in una tensione alla crescita oltre sé stessi, dunque anche al sacrificio, nel ritorno ad un confronto virile (o autenticamente femminile) con “Dio, il coraggio, l’amore, lo studio, l’arte, la bellezza, la natura”.

In questo ritorno all’Alto Ricucci evoca le figure creatrici di Raffaello, di Leonardo. Evocazioni che confortano l’autore di questa recensione convinto che nel Rinascimento sia riposta l’anima del popolo italiano. Da riscoprire.

Ho l’impressione che il cammino di riscoperta compiuto da Emanuele Ricucci abbia in questo libro di “invettiva” (Sgarbi dixit) la sua prima tappa.

Alfonso Piscitelli