Cento anni fa Guido Keller volava su Roma

di Leonardo Tosoni
15 Novembre 2020

Era il 14 novembre di cento anni fa. Due giorni prima il governo italiano aveva siglato il trattato di Rapallo con la Jugoslavia, che stabilendo l’indipendenza di Fiume, avrebbe fatto sfumare l’idea dannunziana dell’annessione della città all’Italia. A Guido Keller non vengono in mente dei gessetti colorati, sente il bisogno di prendere e partire, quindi sale sul suo biplano Ansaldo SVA e vola su Roma.

Lo spirito di rivolta prende il volo e dai cieli millenari che sovrastano la capitale Keller lancia degli oggetti in tre luoghi diversi, a simboleggiare la disobbedienza di un cuore impavido e spavaldo. 

Il principale bersaglio è Montecitorio: qui “l’asso di cuori” della squadriglia di Francesco Baracca – così era stato soprannominato durante le spericolate azioni condotte nella prima guerra mondiale – lancia dal suo veivolo un pitale smaltato contente “un mazzo di carote gialle e un mazzo di rape”. Al nobile oggetto destinato ai politici Keller aveva attaccato con un nastro rosso un piccolo cartiglio con scritto: “Al Parlamento italiano, S.P.M. Guido Keller, ala azione nello splendore, dona al Parlamento e al Governo che si reggono da tempo con la menzogna e con la paura, la tangibilità allegorica del loro valore. Roma, 14 del terzo mese della Reggenza”.

Per fortuna l’oggetto mancò il bersaglio e andò a cadere sul tetto dell’Hotel Milan, lasciando comunque sgomenti alcuni parlamentari e i passanti radunati davanti alla Camera. 

Di lì a qualche minuto dallo stesso veivolo e prima di rientrare nella Reggenza del Carnaro fu lanciata una rosa bianca sul Vaticano, non come dono per Papa Benedetto XV, ma con una dedica “a frate Francesco”; infine, a coronare l’impresa, sul Quirinale l’indomabile scrittore lanciò un mazzo di sette rose rosse, non certo indirizzate alla monarchia pavida e sorda verso i rivoluzionari fiumani, ma “alla regina e al popolo d’Italia”. 

Mazzi di rose, pitale, rape e carote non sono solo i simboli di un gesto goliardico, ma esprimono un’idea di sedizione non violenta; un atto di rivolta estetica che a distanza di un secolo conserva tutta la sua esplosività e ci conforta nella nostalgia di una grandezza perduta, sì, ma eterna.

Guido Keller è un artista a tutto tondo, un visionario, un pazzo, un letterato, e molte altre potrebbero essere le espressioni idonee per definirlo, ma forse nessuna basterebbe per cogliere in pieno la meraviglia di una vita, il cui ricordo, perduto per la maggior parte degli italiani, rimane soltanto nelle molecole dell’aria tagliata dal suo aereo, dove ancora oggi egli rivive.

Nella Reggenza italiana del Carnaro è “segretario d’azione” del Comandante. La barba lunga e il corpo nudo lo contraddistinguono – al più dei teli colorati lo adornano; sulla sua spalla ospita spesso un’aquila – “Guido” – con cui sostiene lunghe discussioni; foglie, bacche, frutti e petali di rosa zuccherati, insieme al miele e al latte, costituiscono la parte consistente della sua alimentazione. Vorrebbe farne a meno ma ogni tanto deve pur mangiare. 

Di notte se ne torna quasi sempre sulla cima di un albero, dove ha fatto intagliare una piccola grotta e in cui giace nudo sotto le stelle. Quando vola ha l’abitudine di portare in alta quota libri e servizi da tè e alla divisa preferisce strane vesti orientali. Gli basta contemplare la natura, il sorgere del sole e il calare della notte per provare piacere. 

Non abbisogna di lusso o di comodità; conserva pur sempre le sue origini aristocratiche ma lui ama solo il rischio, il bel pericolo. Non si deve pensare che si tratti di un semplice pazzo che non sa cosa farsene della vita perché Keller scrive prodezze di ogni tipo.

Il suo stile è peculiare e musicale, e spazia dalla poesia alla letteratura, dalla politica alle grandi questioni del suo tempo. Nei suoi scritti, oggi raccolti in gran parte in un bel libro curato da Alessandro Gnocchi, edito da Giubilei Regnani, dal titolo “ALA = Pensiero e azione” ve ne sono alcuni riguardanti l’arte militare, ma anche il diritto. È suo uno dei più brillanti commenti alla Carta del Carnaro e non manca un’illustre analisi del corporativismo. 

A Fiume, quasi al tramonto dell’Impresa, fonda con Giovanni Comisso – scrittore grandioso e suo compagno di avventure nella natura – l’associazione “Yoga. Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Il nome deriva dal sanscrito yuj “unire”, ed è un miscuglio di filosofie, dove l’aristocrazia si lega alla rivoluzione, dove ascetismo e spirito guerriero sembrano coincidere. Si sentono legati alla stirpe e alla cultura mediterranea ma guardano stregati all’Oriente luminoso, e credono che tutti i popoli siano liberi di lottare. Si scagliano contro il parlamentarismo e il liberalismo, propugnano il culto della terra e della natura, disprezzano tutti i vetusti canoni estetici e morali borghesi. Vogliono la liberazione dello spirito dalla materia.

Dopo l’esperienza fiumana cercò di placare la sua irrequietezza girando il mondo: la Turchia e Berlino, poi il Sud America, e ancora nell’Italia di regime tra ortodossia ed eresia. Morì a 37 anni, in un misterioso incidente stradale.

Fu una vita tra azione e pensiero, tra le nuvole oltrepassate dal suo aereo e la natura in cui cercare rifugio; fu gesto coraggioso e gaiezza dissacrante Guido Keller, che incarnò nella sua breve esistenza terrena un qualcosa che va al di là della vita – e al di là dell’arte. Perché egli fu anzitutto un capolavoro. Un capolavoro vivente.