Boston Tea Party: imparare da un evento di 248 anni fa

di Jacopo Ugolini
16 Dicembre 2021

Siamo nel porto del capoluogo della contea di Suffolk, Boston, la decima area metropolitana più grande degli Stati Uniti. Esattamente il 16 dicembre di 248 anni fa, vale a dire il 1776, un gruppo di giovani nordamericani, gran parte dei quali appartenenti al movimento politico Sons of Liberty, di stampo patriottico e libertario (fortemente anti-britannico dato i tempi), decide di aizzare lo scontro che correva in quegli anni tra la madre patria, il Regno Unito, e il popolo americano. Oltre al gesto che commisero questi giovani conservatori, che, travestiti da indiani, salirono sulle navi britanniche dalle quali lanciarono in mare (alcuni sostengono) quasi 45’000 tonnellate di tè, per un valore che a quei tempi si aggirava intorno a 10’000 dollari, è fondamentale captare il significato storico di questo evento. Tanti considerano questa protesta la scintilla della Rivoluzione americana perché fu proprio lo spirito liberale, indipendentista, a livello economico e “territoriale”, il casus belli della Guerra d’indipendenza.

La scelta di assaltare le navi cariche di tè non fu certamente casuale: i coloni americani volevano con questo gesto reagire contro una tassa (e noi italiani, ormai, sembriamo abituati al gigantesco peso fiscale che abbiamo sulle spalle) sul consumo della bevanda imposta dal governo britannico. E’ importante ricordare appunto il sentimento che mosse questi “Sons of Liberty” ad un gesto tanto eclatante: una libertà, che ancor prima che economica, è umana, potremmo dire, quasi terrena. E questo, cari lettori, mi fa pensare a quanto è necessaria questa scintilla nel panorama della politica italiana. Non guardo a sinistra, che di liberale per loro stessa natura non possono avere niente (avendo avuto il Partito Comunista più forte tra le democrazie europee, è inevitabile che produca ancora effetti, e chi dice che le Repubbliche Socialiste erano democratiche deve studiare il Novecento), ma poniamo l’attenzione ai “nostri”, al centrodestra italiano.

Qui, prendo in prestito “Per una Nuova Destra” (Ed. Piemme), l’ultimo libro di Daniele Capezzone, dove il giornalista de La Verità spiega magistralmente quanto manchi nel centrodestra italiano uno spirito liberale, libertario, che tuttora sembrerebbe quasi ribelle ma che tuttavia è necessario in una democrazia liberale. Capezzone riporta l’esperienza di Jack Kemp, che da famoso giocatore di football americano divenne “il più influente e importante politico americano del ventesimo secolo che non sia stato presidente” attraverso una martellante campagna anti-tasse, portando il Partito Repubblicano, impantanato sulla convinzione del bilancio di governo (“austerity, balance of budget e cosi via”, riporta Capezzone), alle posizioni che resero celebre il grande Ronald Reagan, e soprattutto che permisero agli Stati Uniti una crescita del “¬¬¬¬+4,9% nel 1986, del +7,6% nel 1987, del 7,7% nel 1988”. Una crescita spaventosa grazie ai tagli fiscali del 1981 e del 1986, non dimenticando, come riportato nel libro, “la vertiginosa discesa dell’aliquota fiscale massima sulle persone dal 70% al 28%!”.

Guardiamo al presente ora: per i liberali (e, ancora di più, per i libertari) questi mesi, ormai possiamo dire questi due anni, son molto difficili. Le restrizioni della libertà son ormai all’ordine del giorno e sembra che, o meglio come raccontano i media mainstream, tutto sia lecito e, per di più, costituzionale. Così facendo, la politica italiana, insieme a quella della maggior parte dei paesi europei, ha completamente violato il principio molto caro al grande filosofo Karl Popper, cioè che “una politica è liberale se, e solo se, una volta attuata, la libertà di scelta da parte dei cittadini è maggiore di prima”. Inutile, quasi, star qui a raccontare quanto le politiche degli ultimi due anni abbiano stravolto il concetto di “libertà personale”. Addirittura, se una persona, molto umilmente, fa notare che le nostre libertà, in quanto essere umani (e, mai, mai, mai in quanto cittadini di uno Stato), sono state e sono messe a repentaglio, a causa di misure che vanno dal lockdown al green pass, dall’implicito obbligo vaccinale al coprifuoco, viene subito etichettato come complottista e no-vax.

Ma, personalmente, non sono né un complottista né un no-vax. I primi li disprezzo, i secondi vorrei portarli alla vaccinazione banalmente mostrando i dati dei morti di inizio pandemia e di questi mesi. Ma, si questo si, sono innamorato della libertà, quella personale, quella economica, quella di movimento e quella d’impresa. E oggi, a 248 anni dal Boston Tea Party, a destra è necessaria una scintilla liberale, che faccia riscoprire a tutti quanto sono necessarie delle proposte convintamente liberali