Berlino Est 2.0, di Federico Cenci: così il lockdown ci ha riportati indietro nel tempo

di Redazione
17 Giugno 2020

A maggio, mentre tutti ci preparavamo a ripartire dopo un duro periodo di lockdown, Federico Cenci – giornalista e scrittore – ha pubblicato Berlino Est 2.0, Appunti tra distopia e realtà, edito da Eclettica. Lo abbiamo intervistato e ci siamo fatti raccontare quando è nata l’idea di scrivere questo libro e come ha vissuto questi mesi.

  • Qual è stato l’esatto istante in cui ha deciso di mettere nero su bianco quest’idea di Berlino Est 2.0?

Il giorno in cui è entrato in vigore il Dpcm che rendeva tutta Italia “zona rossa”. Quella mattina, uscendo per andare al supermercato, ho avuto l’impressione di essere tornato all’ottobre scorso, quando mi sono recato a Berlino per svolgere un’inchiesta a trent’anni dalla caduta del Muro. Mi è sembrato di rivivere a Roma le atmosfere di Berlino Est trasmesse in modo efficace dall’artista Yadegar Asisi nel suo “Panorama Die Mauer”, un’installazione aperta al pubblico nella capitale tedesca: le saracinesche dei negozi abbassate, il terrore e lo smarrimento negli occhi della poca gente nelle strade, le file fuori dai supermercati, il controllo capillare delle forze dell’ordine. Tornato a casa, ho scritto quello che solo successivamente è diventato il primo capitolo del romanzo. L’intento iniziale, infatti, non era di realizzare un libro, ma solo di buttar giù in modo estemporaneo questa mia sensazione. Poi, con il passare dei giorni nel cosiddetto lockdown, gli spunti sull’accostamento Roma 2020-Berlino Est anni ’80 si sono moltiplicati e ho continuato ad esprimerli attraverso la scrittura. Così è maturata l’idea di raccoglierli e svilupparli in un libro.

  • Possiamo definire questi “appunti tra distopia e realtà” come una sorta di diario del suo periodo di quarantena?

Sì, ma nella misura in cui per diario si intenda non una mera raccolta di fatti di cronaca. I miei sono “appunti tra distopia e realtà”: ho tratto spunto da dati reali, li ho sviscerati, analizzati nella loro dimensione sociale e politica e li ho proiettati in uno scenario di fantasia nefasto, una distopia. Sono rappresentazioni fortunatamente solo immaginarie; ma resteranno tutte tali anche in futuro? La risposta la lasciamo al lettore.

  • Come ha vissuto il periodo di lockdown?

A casa, ovviamente. Aristotele definiva l’uomo un animale sociale, dunque non è auspicabile una condizione di confinamento domestico coercitivo. Tuttavia, è stata un’opportunità per riflettere, sulla caducità delle nostre certezze. L’uomo occidentale contemporaneo ha maturato la convinzione di vivere una fase della storia immutabile, lastricata di agi e consumi, di viaggi e libertà individuali, nonché retta da un sistema politico incrollabile. Ebbene, è bastata la diffusione di un virus molto contagioso per dimostrarci che gli eventi possono sempre prendere pieghe imprevedibili. Nulla di ciò che abbiamo è scontato, l’unica certezza deve fondarsi allora su ciò che siamo.

  • La pandemia ci ha lasciato in eredità, tra le tante cose, anche un atteggiamento sospettoso nei confronti dell’altro: quella che possiamo definire “la paura negli occhi della gente”, come scrive lei. Pensa che questo ci abbia inevitabilmente e irrimediabilmente cambiati?

Ci ha lasciato una ferita molto profonda. Il tempo può aiutarci a lenirla, ma dipende dalla “qualità” del tempo. Mi spiego meglio: l’eredità sociale negativa di questa pandemia rimarrà finché non torneremo alla vita di prima. Finché resteranno le restrizioni e finché il dibattito pubblico sarà monopolizzato da questioni sanitarie, con continue previsioni di “nuove ondate” del virus da parte di più o meno esperti in materia, dubito che potremo rilassarci. In questo senso svolge una funzione fondamentale l’informazione: alimentare paure può ripagare in termini di clic o di ascolti, ma a mio avviso non fa un buon servizio sociale.

  • Si parla molto di rigide limitazioni delle libertà individuali. Secondo lei sarebbe stato possibile adottare misure meno proibitive?

Secondo me sì. Sarebbe stato possibile e anche doveroso. Il coronavirus non è diventata improvvisamente l’unica malattia sulla faccia della terra. Rinchiudere le persone sane in casa non è salutare, anzi è dannoso. Mi riferisco in generale a tutti noi, che abbiamo bisogno di respirare aria aperta e di esporci ai raggi solari, ma mi riferisco in particolare a categorie sociali più vulnerabili, come soggetti psichiatrici, disabili e bambini. Credo che si sarebbero potute evitare occasioni di contagio pur mantenendo un minimo di elasticità, come del resto è avvenuto in altri Paesi. Alcune restrizioni sono state davvero surreali: vietare la passeggiata finanche in luoghi non assembrati al genitore con il figlio piccolo, impedire la libertà di culto, imporre in alcune regioni la mascherina persino a chi corre da solo in un bosco…

  • “Il nuovo inizio” è il titolo del capitolo conclusivo del suo libro. Lei come se lo immagina questo nuovo inizio?

Come una presa di coscienza di ciò che siamo e di ciò per il quale siamo al mondo. Non siamo monadi destinate a restare incollate a strumenti digitali, ma uomini nell’accezione aristotelica sopracitata. Va bene adottare accortezze per arginare una pandemia quando questa è in atto, ma passato il periodo critico occorre ricordare che la vita è aggregazione sociale, comunità e identità, non può essere vissuta da remoto. Si parla tanto in queste settimane di tracciamento, profilassi sanitarie portate ogni oltre ragionevolezza, scuola a distanza e telelavoro (risparmio il termine in inglese per carità di patria). Ebbene, credo che il “nuovo inizio” consista nell’opporci a tutte queste eventualità.

Annabel Scalise