La vita in bianco e nero di Gianni Agnelli: intervista a Giancarlo Mazzuca

di Redazione
8 Aprile 2021

È in libreria il libro Gianni Agnelli in bianco e nero, edito da Baldini+Castoldi e scritto a quattro mani dai fratelli Alberto e Giancarlo Mazzucca, che a cent’anni dalla nascita dell’Avvocato ne tracciano un ritratto ricco di particolari inediti che rimanda non solo ai colori della “sua” Juventus, ma racconta anche le tante sfumature e i chiaroscuri delle mille vite di un “re senza corona”: gli affetti, gli amori, le amicizie, i successi, le intuizioni, il pragmatismo, ma anche gli errori, i dolori e le contraddizioni del protagonista “numero uno” dell’industria e della società del Belpaese.

La copertina del libro

Ne abbiamo parlato con uno degli autori, il giornalista Giancarlo Mazzuca, provando a delineare alcuni dei tratti più salienti della parabola esistenziale di quello che è a tutti gli effetti un mito “made in Italy”.

  • Nel libro, scritto insieme a suo fratello Alberto, viene narrato il grande romanzo della vita di Gianni Agnelli, una parabola legata a filo doppio con la storia d’Italia dal dopoguerra in poi. Parlando dell’Avvocato, dunque, raccontiamo l’Italia?

Parlando di Gianni Agnelli raccontiamo anche l’Italia. In effetti l’Avvocato è stato il miglior portavoce di quell’Italia che stava risorgendo dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale ed era entrata negli anni del “boom”, gli anni del “miracolo economico”. Nel bene (soprattutto) e nel male, il Belpaese si è riconosciuto in lui e ha ritrovato l’orgoglio di essere una nazione degna di un posto in prima fila nel consesso internazionale.

  • Parafrasando il titolo del libro, la scelta di tratteggiare un ritratto “in bianco e nero” dell’Avvocato Agnelli risponde alla necessità di evidenziare, tanto nella vicenda biografica quanto in quella imprenditoriale, sia le luci che le ombre di questo “mito italiano”?

Il titolo del libro  corrisponde al modo giornalistico con cui mio fratello Alberto ed il sottoscritto hanno cercato di sviscerare a fondo la figura dell’Avvocato a cento anni dalla nascita. Sia dal punto di vista biografico che imprenditoriale la figura di Agnelli presenta moltissime luci e qualche ombra. Ne viene fuori il ritratto di un personaggio a 360 gradi ed il fatto che il  libro stia avendo tanto successo (quattro edizioni in un solo mese, ndr) dimostra come ancora oggi la figura dello storico presidente della Fiat sia molto popolare. In effetti, dopo la sua scomparsa non ci sono state altre figure imprenditoriali che abbiano potuto eguagliare la popolarità dell’Avvocato.

  • Gianni Agnelli è considerato la personificazione del “made in Italy”. Icona pop dell’Italia del XX secolo, ha influenzato diversi aspetti della storia del Belpaese, dal costume, all’economia, alla politica. In quale di questi campi ha lasciato il segno maggiore?

Gianni Agnelli è stata un’icona a 360 gradi ed ha quindi influenzato l’Italia della Ricostruzione nei suoi vari aspetti. È stato un “numero uno” su molteplici fronti: quello imprenditoriale, ricoprendo anche la carica di presidente della Confindustria, quello dell’immagine, divenendo il vero ambasciatore del “made in Italy” nel mondo, quello politico, ricoprendo la carica di Senatore a vita e declinando persino l’offerta che gli fece Scalfaro di diventare presidente del Consiglio. Aveva perfettamente ragione quando diceva: «Ciò che la Fiat vuole, l’Italia vuole».

  • Nel libro si espone una tesi: l’Avvocato fu, forse ancor prima che imprenditore di successo, un comunicatore. Vero e proprio influencer ante litteram, uomo di mondo, icona di stile ed eleganza, viveur e tombeur des femmes:  nell’immaginario collettivo e popolare il mito di Gianni Agnelli è dunque più legato al fattore mondano che a quello imprenditoriale?

L’Avvocato fu un grande comunicatore, senza dubbio. Il suo successo, più ancora dei risultati concreti da imprenditore, fu dovuto all’immagine che riuscì a fornire a tutto il mondo, anche attraverso il suo efficientissimo ufficio stampa. Ebbe una vita  davvero piena, fu un vero “tombeur de femmes”, con notevoli amicizie anche maschili in Italia e nel mondo, Stati Uniti in primis. Ebbe grandi soddisfazioni, ma dovette affrontare anche tanti fatti tragici, come le traumatiche morti del padre e del figlio, entrambi di nome Edoardo. È riuscito ad essere un grande imprenditore, delegando moltissimo ai propri collaboratori nell’attività quotidiana e cercando sempre il dialogo con le controparti. Ma non ha mai disdegnato la mondanità. Così come non ha mai trascurato le sue passioni, dal calcio (la Juventus) all’amore per l’arte.

  • Il saggio, avvincente e ricco di particolari, si inoltra profondamente nella storia della famiglia e dell’azienda più influenti del dopoguerra, raccontando dettagli importanti: dai rapporti dell’Avvocato con i top manager che lo hanno affiancato alla guida della Fiat come Valletta, Romiti, De Benedetti e Ghidella, a quelli con sindacato e politica, fino alle frequentazioni con banchieri come Cuccia, Meyer e Rockfeller e politici del calibro di Kennedy, Kissinger e Togliatti. Quali furono i riferimenti più importanti per Gianni Agnelli?

Furono davvero tanti i riferimenti per l’Avvocato: a partire dal nonno Giovanni, il fondatore della Fiat che lo volle come erede, a Valletta, che portò avanti l’azienda negli anni della sua giovinezza. Impossibile non pensare a Cuccia, il numero uno di Mediobanca, che fu il suo grande “padrino” finanziario e non è un caso che il suo braccio destro in azienda per molti anni sia stato proprio l’allievo prediletto del banchiere di via Filodrammatici: Cesare Romiti. Furono molto importanti anche i suoi rapporti americani, con Kennedy e Kissinger in particolare. Con Togliatti, che sulla carta doveva essere un suo “nemico”, fu invece amico grazie alla passione comune per la Juventus: nel libro raccontiamo che sul suo comodino, in camera da letto, c’era una foto di lui con “il Migliore” mentre, allo stadio, tifavano bianconero.

  • Diverse personalità hanno scritto e detto su Gianni Agnelli. Tra le tante citazioni di eminenti personalità presenti nel libro, è molto curiosa la descrizione che dell’Avvocato diede Federico Fellini: «Mettigli un elmo in testa, mettilo su un cavallo, è un re». Anche Enzo Biagi, raccontando la dinastia sabauda dell’auto, la definiva «la famiglia reale». Si riferivano all’allure di eleganza o al fascino del potere?

Agnelli fu, in tutti i sensi, un re senza corona, l’ultimo re sabaudo dopo la fine della dinastia dei Savoia. In tal senso la definizione di Federico Fellini, il padre di “Amarcord”, è davvero azzeccata, la migliore. Si trattava di potere, perché la Fiat era il simbolo della nostra industria di quegli anni con gli italiani che cercavano in tutti i modi di risollevarsi, ma si trattava anche di tanta eleganza: l’ “aplomb” dell’Avvocato era davvero unico.

  • Indro Montanelli, invece, riconosceva all’Avvocato di essere cultore «dell’arte di servirsi degli uomini». Il vero talento del Gianni Agnelli imprenditore, più che il saper gestire l’azienda in prima persona, fu dunque il saper scegliere i propri collaboratori?

Sì, la definizione di Montanelli è azzeccata: Agnelli, che amava moltissimo l’arte in senso molto personale ed intimo tanto da aver reso celeberrimi gli aneddoti sulle sue visite in orario di chiusura alle gallerie di Milano e di New York, possedeva anche e soprattutto l’arte di servirsi dei propri collaboratori. Lui stava alla finestra e faceva lavorare i suoi collaboratori di fiducia. Interveniva solo quando notava dissapori ai vertici e, allora, non guardava in faccia a nessuno: “sacrificò” due volte persino il fratello Umberto.     

  • Abbiamo accennato al nonno Giovanni, alla morte dei due Edoardo (il padre ed il primogenito di Gianni) e al fratello Umberto: che peso hanno avuto le vicende familiari nel percorso di Gianni Agnelli?

Le  vicende familiari hanno avuto in Gianni più peso di quanto normalmente si crede. È vero, ha un po’ sacrificato la famiglia per essere, in tutti i sensi, un “numero uno”. Ma soprattutto la morte del figlio incise profondamente negli ultimi anni della sua vita. Come ha raccontato un suo grande amico, Jas Gawronski, la vita di Gianni non fu più la stessa dopo la morte del figlio. Ecco, un suo grande errore fu proprio quello di non aver programmato al meglio la sua successione in azienda.      

  • Le scelte strategiche ed i posizionamenti politici di Gianni Agnelli furono estremamente pragmatici. Trovandosi alla guida della Fiat durante la Guerra fredda, non si fece troppi scrupoli ad aprire una breccia nella “cortina di ferro”. Nonostante fosse dichiaratamente filoamericano e amico di Kissinger e Kennedy, “aprirà” alla Russia sovietica, farà affari con la Libia di Gheddafi e all’interno dei confini nazionali dialogherà più con Togliatti, Lama e Berlinguer che con i liberali. Furono scelte dettate esclusivamente dal “business”?

L’esempio di Gheddafi è molto pertinente. Quando c’era bisogno, Agnelli era assolutamente pragmatico. Successe così che, in un periodo di gravissime difficoltà finanziarie per la Fiat, aprì le porte, come azionista, al “rais” libico che pure era un  nemico dichiarato degli americani, i grandi alleati dell’Avvocato. In tal senso, è stato sempre molto concreto, realista e anche un po’ cinico. Magari turandosi il naso, fece altrettanto con altri personaggi che, sulla carta, potevano essere considerati suoi avversari, tipo Luciano Lama ed Enrico Berlinguer. La crescita dell’azienda faceva aggio su tutto il resto. Con Togliatti, come abbiamo visto, l’amicizia fu sincera e non è un caso che il luogo dove la Fiat costruì uno stabilimento in Russia venne chiamato Togliattigrad.

  • Il rapporto di Gianni Agnelli con la “carta stampata” ed il mondo della comunicazione è stato profondo, tanto che l’Avvocato fu probabilmente il primo imprenditore italiano a comprendere fino in fondo l’importanza del “Quarto Potere”. Parliamo del primo “Citizen Kane” d’Italia?

Gianni fu decisamente il primo “Citizen Kane” italiano.  La comunicazione è stata privilegiata dal presidente della Fiat anche perché allora il “Quarto Potere” aveva più influenza di quanto ha ancora ai giorni nostri.  E proprio grazie alla comunicazione Agnelli diventò in tutti i sensi il “Cardinal Richelieu” dell’Italia di quegli anni. Non è un caso che qualsiasi misura importante varata a Roma passasse prima al vaglio di Torino, cioè al vaglio dell’Avvocato. E non è un caso che, tra “Stampa” e “Corriere”, lui abbia sempre cercato di mettere piede nell’azionariato dei giornali.

  • Per concludere, parliamo dell’attualità di Gianni Agnelli. Oggi la Fiat si è trasformata in Stellantis, una holding internazionale con sede ad Amsterdam. È la fine della “dinastia sabauda dell’auto” e di un certo “capitalismo all’italiana”, o è il culmine di un percorso iniziato proprio dall’Avvocato, che aveva intuito in anticipo le dinamiche che avrebbero portato alla globalizzazione e quindi alla necessità della creazione dei grandi gruppi industriali?

Agnelli ha commesso anche diversi errori, ma ha avuto pure moltissime intuizioni. La più importante è sicuramente quella di aver intuito, con molti anni d’anticipo, che il futuro della Fiat sarebbe stato sempre più internazionale. Soltanto una multinazionale dell’auto avrebbe potuto reggere le sfide degli anni Duemila. E Stellantis, anche se gli italiani non hanno più la maggioranza azionaria, è l’esempio tangibile di quanto Gianni Agnelli andava predicando tanti anni fa. 

Andrea D’Ottavi