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Fede e Sport: la cura del corpo come parte dell’insegnamento Cristiano

Redazione di Redazione, in Chiesa, del

Una delle caratteristiche che colpisce di più della Cristianità è la sua capacità di prendere cose buone da altre culture e renderle proprie alla luce di un nuovo rinnovamento. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5) questa è l’azione del Cristo, un continuo rinnovamento che diventa perpetuo sotto la sua Chiesa, il Suo “Corpo mistico”. Tra le tante opere di screditamento che sono state compiute ad opera dell’informazione post-rivoluzione francese ce n’è una in particolare che ha colpito la mia attenzione e sulla quale poco ci si è soffermati, una visione secondo cui la Chiesa in generale ma la Cristianità nello specifico siano in contrasto con la “cultura fisica”.

Facendo una ricerca sull’argomento, un articolo della Civiltà Cattolica di Padre Kelly mi ha fornito ottimo materiale su cui riflettere. Nel pensiero comune vi è un idea secondo cui il cristiano dovrebbe coltivare unicamente una vita interiore senza preoccuparsi troppo del suo stato fisico, anzi, si vuole far credere che per il cristiano il corpo sia esclusivamente un limite alla vita propriamente spirituale e quindi come tale merita di essere assolutamente disprezzato. Il Catechismo insegna molto chiaramente che siamo costituiti da corpo e anima, due realtà distinte ma coesistenti, che danno luogo alla natura umana. San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, afferma che il “corpo è Tempio dello Spirito Santo che è in voi”. Questa espressione basta e avanza per farci capire quanto sia importante il valore del corpo, che nel linguaggio biblico viene espresso come ”tempio dello Spirito Santo”, non credo proprio che i cristiani nutrano disprezzo per il tempio visto e considerato che è il loro luogo di culto, così lo è analogamente per l’anima.

Come possiamo intendere allora le mortificazioni corporali proprie dell’ascetismo? Come si spiega allora che san Giovanni Battista vivesse per lunghi anni nel deserto vestito con stracci e alimentandosi da locuste e miele selvatico? Come mai allora Gesù digiunò 40 giorni e 40 notti? Sappiamo che san Francesco chiamava al suo corpo “fratello asino” e non vacillava di combattere le sue tentazioni addirittura gettandosi nella neve o tra le spine. Come tutti noi sappiamo, ci sono varie vie per seguire Cristo, a seconda della chiamata ad un certo tipo di stato di vita oppure ad un altro. Ad esempio i monaci e i consacrati alla vita religiosa si impegnavano nel medioevo (e si impegnano ancora oggi in pieno secolo XXI) a raggiungere lo stato di perfezione tramite l’ascetica e la mistica. Il primo gradino di questo percorso, l’ascesi, comporta un certo disprezzo della corporeità, realizzata tramite sacrifici, rinunce e mortificazioni della carne.

In alcuni contesti particolari soprattutto in alcuni decenni del medioevo, queste pratiche erano accompagnate purtroppo da una mentalità dualistica, propria del neoplatonismo, secondo la quale il corpo è una realtà essenzialmente corrotta, e quindi cattiva. Il manicheismo offrì anche il suo contributo in questa credenza. Il pensiero platonico e soprattutto lo stoicismo aveva portato secoli prima i greci a difendere la purificazione dell’anima attraverso la negazione dei piaceri e della corporeità, al fine di raggiungere lo stato di indifferenza o imperturbabilità assoluta, definita pure come ascesi estatica. Si racconta di uno storico che quando gli fu detto che suo figlio era morto, rispose con grande freddezza: “Sapevo già che lo avevo generato mortale”. Nella ascesi ben intesa si cerca anche un dominio della propria corporeità, ma in modo molto diverso della disumanizzazione proposta dalla storia greca. A differenza dei greci, per i cristiani il corpo in quanto creato da Dio a sua immagine e somiglianza è buono «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31), quindi tutte le pratiche ascetiche iniziate da Sant’Antonio, i Padri del deserto e San Benedetto erano indirizzate non a danneggiare il corpo in quanto malvagio, ma a fomentare un dominio dell’uomo sulle proprie passioni disordinate e soprattutto a fare propria quella sofferenza che patì il Verbo Incarnato in un “corpo” umano, strumento di redenzione ed espiazione per i nostri peccati e per quelli del mondo intero.

Questo è il senso dell’ascesi cristiana ben intesa: non un rifiuto della corporeità in quanto tale, ma un lottare contro i propri disordini per potersi possedere totalmente e quindi poter donarsi e, nel contesto di una chiamata speciale (come quella della vocazione monastica o religiosa) una identificazione con Cristo sofferente. L’azione rinnovatrice dello Spirito non è stata compiuta solo nell’ascesi, ma anche nella pratica apparentemente opposta, lo sport. «Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. Io dunque corro, non come chi è senza mèta; faccio pugilato, non come chi batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato» (1 Cor 9,24-27). Anche qui, eredità dalla Grecia, l’apostolo delle genti utilizza due metafore sportive, si possono notare due aspetti, il primo che sicuramente c’è apprezzamento da parte di Paolo nella partica sportiva, in quanto vede in essa disciplina e virtuosismo, il secondo che ci sta qualcosa di più grande per cui combattere e sacrificarsi, che vale molto di più di una coppa o di una medaglia, la vita eterna. San Giovanni Paolo II dava questo suggerimento in perfetta linea con San Paolo: “Fate in modo che l’uomo non sia mai sacrificato all’atleta”.

Ed è questo lo spirito con il quale ci si deve porre nei confronti dell’attività sportiva: il rischio che l’atleta prenda il sopravvento sull’uomo è alto, la sfrenata ricerca della prestazione, l’ossessione narcisistica della forma fisica è sempre una tentazione. Il culto eccessivo per lo sport praticato portano l’uomo ad idolatrare sé stesso o lo sport stesso. Basti pensare al culto generato intorno alle squadre e ai calciatori che vengono considerate delle vere e proprie divinità da adorare tutte le domeniche allo stadio, questi sono i nuovi idoli e qui la chiesa mette un punto e ci indica il modo corretto di vivere lo sport, ricercando in esso virtù e fratellanza. San Giovanni Bosco addirittura nel suo Sistema Preventivo per l’educazione dei giovani scrive: “Occorre dar loro ampia libertà di saltare, correre, far festa a piacimento. Lo sport, la musica, la lettura, la recita, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, favorire la moralità e la salute fisica e spirituale.” La cosa importante è che nel divertimento, le persone che vi partecipano e i discorsi non siano cattivi. “Fate tutto quello che volete”, diceva il grande amico dei giovani san Filippo Neri, “a me basta che non facciate peccati”.

Il beato Pier Giorgio Frassati è un esempio brillante di santità che trovava nell’alpinismo e nella “Compagnia dei tipi loschi” da lui fondata, un vero e proprio ristoro spirituale. Padre Kelly fa notare come i gesuiti abbiano contribuito non poco nella promozione sportiva inserendo nelle loro scuole spazi appositi dove poter praticare attività ludiche e motorie. La sintesi con cui l’uomo deve approcciare all’attività fisica, si trova nelle parole del Papa più sportivo di sempre: “La Chiesa stima e rispetta gli sport che sono veramente degni della persona umana. Essi sono tali quando favoriscono lo sviluppo ordinato e armonico del corpo al servizio dello spirito, quando costituiscono una competizione intelligente e formativa che stimoli l’interesse e l’entusiasmo, e quando sono una sorgente di piacevole distensione” (San Giovanni Paolo II, Discorso per una manifestazione di Sci Nautico, 14.9.1991).

Luca Di Salvo
Redazione

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