Vaccini, cure e TSO: cosa dice (davvero) l’Art.32 della Costituzione

di Redazione
4 Gennaio 2021

Se dovessimo scegliere un articolo della nostra Costituzione più rappresentativo di questo 2020, probabilmente dovremmo scegliere l’Articolo 32:
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
In queste poche righe sono condensate tematiche che hanno infiammato tanti (e forse troppi) dibattiti e polemiche in televisione e sul web.
Si pensi alla connessione tra il diritto dell’individuo e la collettività, sancita da una semplice armonica “e”, che in questi mesi sembra essere stata sostituita a tratti da una stridente “o”.
Basti pensare che fino al 1958 la salute e la cura della salute erano nelle mani del ministero dell’interno. La salute quindi era una materia di ordine pubblico della quale dovevano occuparsi polizia e carabinieri. Piano piano questa accezione collettiva ha ceduto il passo ad una sfumatura sempre più individuale nella quale viviamo oggi.

Ci si è perciò sempre più dimenticato della salute come dovere privilegiandone perlopiù l’aspetto del diritto. Ho il diritto di fare quello che voglio del mio corpo fino a quando credo di stare bene, fregandomene
delle più elementari norme di prevenzione, per poi pesare sulla collettività con cure costose?
Questo vale adesso per lo straordinario problema degli assembramenti come nell’ordinario per fenomeni quali ad esempio l’obesità.
Un altro tema riguarda l’ampiezza del concetto di salute. Oggi si sta infatti tornando a considerare l’intervento sanitario come cura della patologia clinica.
La salute è invece un concetto più ampio, che comprende la prevenzione, la riabilitazione, l’assistenza sociosanitaria, le cure integrate per anziani e disabili, il miglioramento della qualità della vita dei pazienti cronici, la cura del proprio fisico.
In un senso più ampio lo star bene dovrebbe coinvolgere sia il corpo che la mente secondo il classico motto del mens sana in corpore sano.
Quindi forse questo dramma del Covid ci sta distraendo da altre realtà che da tempo subiamo passivamente senza curarcene troppo. In Italia il 15,1% della popolazione fa uso di psicofarmaci almeno una volta all’anno ed il trend sembra essere cresciuto anche durante il lockdown (con tassi
anche oltre il 4% per i consumi delle benzodiazepine). Si potrebbe poi menzionare lo stato di forte disagio psicologico che stanno affrontando tanti commercianti che, oltre a rimanere chiusi durante questo periodo, non sanno con certezza se riusciranno veramente a riprendersi dopo questo disastro, per non parlare dell’incremento tanto certo quanto poco quantificabile dei casi di violenza sulle donne. Tra tutti questi diritti alla salute, quale dovrebbe vincere sugli altri? E per quanto
tempo? Si tratta quindi di trovare un difficile equilibrio.
Altro grande tema presente nell’Art. 32, e che ci interesserà sempre più a partire dal prossimo anno, è la proibizione dell’obbligo al trattamento sanitario se non per disposizione di legge. L’attuale situazione di emergenza probabilmente avrà fatto capire ad una larga maggioranza di cittadinanza
che la vaccinazione è una necessità per poter tornare ad una vita “normale”. Certamente la costituzione pone il principio della libertà in tema di trattamento sanitario quindi, così come è presente il diritto alla salute, è presente anche il diritto dell’individuo a rifiutare le cure. Questo vale
se c’è in gioco solo l’interesse dell’individuo. E se c’è in gioco l’interesse della collettività?
Bisognerebbe forse di questi tempi tornare all’antica accezione collettiva dell’Art. 32 ed andare verso un obbligo vaccinale? L’ipotesi sembra essere molto lontana anche alla luce delle ultime reazioni allergiche al vaccino registrate in alcuni pazienti nel Regno Unito.
D’altro canto è poco tollerabile una campagna di vaccinazione senza conoscere i dati correlati al vaccino o ai vaccini che verranno distribuiti. Il diritto all’informazione, pur non essendo espressamente menzionato in costituzione, è legato al diritto di poter manifestare liberamente il
proprio pensiero ma è pur vero che tale pensiero non dovrebbe mai essere slegato da valutazioni alla base di tipo tecnico/scientifico.
Si intravede quindi un rischio di posizioni contrapposte anche a livello di diritto che, se non bilanciate da buon senso, potrebbe creare ulteriori danni ad un’Italia già compromessa.
In tale situazione è compito della politica guidare o meglio persuadere i cittadini verso scelte più giuste e di buon senso.
Sarebbe quindi auspicabile che anche i nostri più autorevoli rappresentanti, pur modulando il gesto secondo il proprio linguaggio ed il rispettivo posizionamento politico, facessero la loro parte, magari vaccinandosi in diretta televisiva o sui social.
Mai come oggi infatti, l’immagine vale molto più di tante parole.

Gabriele Taranto