Tutto quello che non torna sull’ordinanza del Gip che ha liberato Carola Rackete

di Fabio Di Paolo
7 Luglio 2019

Nel negare sia la convalida dell’arresto di Carola Rackete disposto dalla Procura della Repubblica di Agrigento, che l’applicazione della misura cautelare del divieto di dimora, il Giudice per le Indagini Preliminari fonda la propria motivazione su presupposti tecnicamente errati.

Per avere compiuto atti di resistenza e di violenza nei confronti della Vedetta V.808 della Guardia di Finanza, la Procura della Repubblica ha contestato all’indagata sia il delitto previsto dall’art. 1100 del codice della navigazione (resistenza o violenza contro nave da guerra), sia il delitto previsto dall’art. 337 del codice penale (resistenza a pubblico ufficiale).

Il Giudice per le Indagini Preliminari, nel ricostruire il quadro normativo di riferimento, compie una soggettiva opzione interpretativa non solo dell’art. 10 ter del D. Lgs. 286/1998 (recante il Testo Unico sull’Immigrazione), a tenore del quale “lo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna ovvero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare è condotto per le esigenze di soccorso e di prima assistenza presso appositi punti di crisi allestiti nell’ambito di strutture…” dello Stato, ma anche dell’art. 19 della Convenzione di Montego Bay, secondo cui il passaggio di una nave straniera nel mare territoriale è considerato “pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza di uno Stato costiero” – e può dunque essere vietato – “se, nel mare territoriale, la nave è impegnata in una qualsiasi delle seguenti attività: ….g) il carico e lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero”.

Ha ritenuto, da un lato, il Giudice della convalida, con interpretazione ermeneutica tuttavia poco convincente, che l’operazione di salvataggio non si esaurisca nel soccorso in mare prestato al naufrago (che dunque viene salvato e portato a bordo del natante che presta il soccorso), ma si estenda anche alla fase, cronologicamente successiva e logicamente distinta ed autonoma dalla prima, dello sbarco del naufrago in un “porto sicuro”, per effettuare il quale, il passaggio della motonave ed il successivo ancoraggio e fermata nel porto di Lampedusa (nella opinione dell’indagata considerato “primo porto” sicuro più vicino rispetto alla posizione del salvataggio) sarebbe non solo da considerarsi inoffensivo, ma giustificato dal “fine di prestare soccorso a persone, navi o aeromobili in pericolo”.

Tuttavia, e qui si coglie un ulteriore elemento di contraddittorietà del provvedimento, se lo stesso Giudicante, nel valutare la condotta dell’indagata, ha escluso la sussistenza della esimente dello “stato di necessità”, il cui fondamento giuridico è costituito dalla “necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, appare quantomeno singolare e contraddittorio ritenere che il passaggio nel mare territoriale della motonave e la violazione dell’ordine di desistere dall’ingresso nel porto siano stati conformi alla previsione dell’art. 18 della Convenzione di Montego Bay poiché giustificata dal fine di “prestare soccorso a persone in pericolo !

Sicché delle due l’una: o le persone a bordo della motonave Sea Watch 3 erano effettivamente in pericolo, e allora il Giudice avrebbe dovuto scriminare la condotta delittuosa della Rackete alla luce dello “stato di necessità”, oppure, avendo il Giudice valutato la insussistenza dello “stato di necessità”, non avrebbe potuto considerare conforme a diritto la violazione del divieto impartito dalla Guardia di Finanza.

Se poi si considera che la Procura della Repubblica di Agrigento ha iscritto nel registro delle notizie di reato Rackete Carola per l’ipotizzato delitto previsto e punito dall’art. 12, comma 1 e 3, lettera a), D. Lgs. 286/1997, che punisce la condotta di chi promuove, dirige, organizza, finanzia, o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, allora proprio alla luce dell’art. 19, lettera g) della Convenzione di Montego Bay, il passaggio della Sea Watch 3 poteva essere impedito, dovendosi qualificare pregiudizievole in quanto l’attività della motonave era diretta allo scarico di persone in violazione delle leggi in materia di immigrazione.

Nell’escludere la condotta delittuosa contestata all’indagata ex art. 1100 del codice della navigazione, che punisce la condotta di chi commette atti di resistenza o di violenza contro una nave da guerra nazionale, il Giudice per le Indagini Preliminari, con soggettiva opzione ermeneutica, ha ritenuto, a torto, che le unità navali della Guardia di Finanza allorquando queste operino nelle acque territoriali non possano qualificarsi come navi da guerra.

Ancora una volta, l’opzione interpretativa del Giudice confligge non solo con la giurisprudenza costituzionale che, contrariamente all’opinione del Giudice agrigentino, ribadendo la “convinzione che il carattere militare della Guardia di Finanza è talmente compenetrato nella struttura, nell’organizzazione, nello status del personale, nelle funzioni e nelle modalità di esercizio dei compiti istituzionali”, affermato che “le unità navali in dotazione alla Guardia di Finanza sono qualificate navi militari, iscritte in ruoli speciali del navaglio militare dello Stato; battono ”bandiera da guerra” e sono assimilate a quelle della Marina Militare…sono quindi navi militari a tutti gli effetti della legge penale militare” (Corte Cost. Sentenza n. 35/2000), ma anche con la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione, che, con sentenza della terza sezione penale, n. 31402 del 2016 ha ritenuto “indubbia la qualifica di nave da guerra attribuita a tale motovedetta, non solo perché essa è nell’esercizio di funzioni di polizia marittima, e risulta comandata ed equipaggiata da personale militare, ma soprattutto perché è lo stesso legislatore che indirettamente iscrive il naviglio della Guardia di Finanza in questa categoria, quando nell’art. 6 della legge 13.12.1956 n. 1409 (norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi) punisce gli atti di resistenza o di violenza contro tale naviglio con le stesse pene stabilite dall’art. 1100 cod. nav. per la resistenza e violenza contro una nave da guerra”.

Appurato che “una motovedetta armata della Guardia di Finanza, in servizio di polizia marittima, deve essere considerata nave da guerra” (così anche Cass. Sez. III, n. 9978 del 30.6.1987), del tutto erroneamente il Giudice agrigentino ha escluso la configurazione del delitto contestato di cui all’art. 1100 del codice della navigazione.

Quanto alla ulteriore contestazione formulata dalla Procura della Repubblica di Agrigento a carico della Rackete Carola per l’ipotizzato delitto di resistenza a pubblico ufficiale (previsto e punito dall’art. 337 del codice penale), il Giudice per le Indagini Preliminari, pur ritenendo il delitto sussistente (avendo accertato gli elementi costitutivi della fattispecie), ha tuttavia ritenuto scriminata la condotta delittuosa ai sensi dell’art. 51 del codice penale per avere l’indagata agito in adempimento di un dovere.

In altre parole, nonostante la condotta di resistenza all’ordine impartito dalla Guardia di Finanza di fermare il moto e di desistere dall’ingresso in porto, secondo la interpretazione suggerita dal Giudice per le Indagini Preliminari il comandante della motonave Sea Watch 3 avrebbe agito in adempimento dell’obbligo di salvataggio in mare dei soggetti naufraghi, non avendo la disposizione interministeriale adottata dal Governo italiano in virtù dell’art. 11, comma 1 ter del D. Lgs. 286/1998 (cosiddetto decreto sicurezza bis) che attribuisce al Ministro dell’Interno la facoltà di limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, alcuna “idoneità a comprimere gli obblighi gravanti sul capitano della Sea Watch 3” in forza della natura sovraordinata delle fonti convenzionali e sovranazionali.

Sennonché, tale assunto non è condivisibile. Intanto perché la direttiva ministeriale in materia di “porti chiusi” assunta dal Ministro dell’Interno in data 15 giugno 2019 di concerto con il Ministro della Difesa e delle Infrastrutture trova la propria fonte normativa nella norma statale (art. 11, comma 1 ter, D. Lgs. 286/1998). Inoltre, ove ritenuta tale norma confliggente con la fonte convenzionale e pattizia o con i principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti, non avrebbe potuto disapplicare la norma interna, ma avrebbe dovuto sollevare la questione di legittimità costituzionale, sospendendo il giudizio a quo e rimettendo la questione dinanzi alla Corte Costituzionale.

Non avendo sollevato l’incidente di costituzionalità, il Giudice avrebbe dovuto applicare la norma statale. Mentre il procedimento penale proseguirà per le ulteriori valutazioni d’indagine, la Procura della Repubblica potrà nel frattempo impugnare l’ordinanza del Gip al fine di effettuare un ulteriore vaglio sulla legittimità della discussa decisione.