Terremoto Spa: 100 miliardi spesi ma i comuni sono ancora tra le macerie

di Giovanni Russo
28 Ottobre 2016

Il cuore dell’Italia torna a tremare. La prima scossa di magnitudo 5.4 poco dopo le 19, la seconda 5.9. Poco prima di mezzanotte la terza, di 4.6. L’epicentro tra Visso e Castelsantangelo sul Nera, tra Marche e Umbria: a pochi chilometri da Amatrice, terra di seconde case, di vacanze in montagna, di un turismo che oggi sembra distrutto come il suo borgo. Eppure – attenti non è finita qui, possibili terremoti nelle vicinanze – sarebbe stato questo il contenuto del documento che la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile avrebbe notificato, in via del tutto segreta, alle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, redatto proprio durante la riunione tenutasi il giorno successivo al disastro di Amatrice e gli altri paesi del Centro Italia.

Ciononostante in tema di prevenzione nulla è stato fatto. In realtà, anche per rispetto “dovuto” all’intelligenza di chi ci governa, nessuno mai aveva escluso la possibilità che si verificasse il cosiddetto “effetto domino”. Che, cioè, la faglia sotterranea attivatasi il 24 agosto ne attivasse una adiacente che già si trovava in una situazione instabile. Le probabilità che questo avvenga, in genere, sono del 10%. Ma mercoledì questa stima è diventata realtà. Una realtà che appartiene però alla storia del nostro Paese, un fenomeno, i terremoti, che tutto sono fuorché qualcosa di straordinario, se per straordinario si intende di inatteso. Allora non può che sorgere sempre la stessa domanda: perché non si previene? Se è vero che sapere prima quello che succederà non è possibile in questo campo, si può invece prevenire costruendo adeguatamente in modo antisismico edifici che resistano alle scosse di terremoto; per molti un’impresa economicamente e politicamente improba, ma che resta l’unica soluzione possibile, un’operazione che va portata a termine per non rischiare di pagare prezzi ancora più alti.

La risposta che puntualmente ci viene fornita all’indomani di vite perdute è che benché l’Italia sia in ritardo sotto questo aspetto, ci sono molte aree nel Paese che pur essendo sismiche, hanno costruzioni antiche dovute al patrimonio storico, piccoli centri culturali e di patrimonio artistico, e quindi difficili da adeguare. Ma questa è la risposta di chi “vuole” vedere il dito e non la trave, la verità è che gli esempi purtroppo, sono quasi quanto i terremoti: cattiva gestione, tangenti e fondi sprecati. Parlano i dati delle spese: Irpinia, 23 luglio del 1930, Veneto, 18 ottobre del 1936, Irpinia, 21 agosto del 1962, Friuli, 6 maggio del 1976, Irpinia, 23 novembre 1980, Lazio, 7 maggio del 1984, Basilicata, 5 maggio del 1990, Umbria, 29 settembre del 1997, Molise, 31 febbraio del 2002, Abruzzo, 6 aprile del 2009, Emilia Romagna, 20 maggio del 2012 e per finire Lazio, Umbria e Marche del 2016. Quasi 100 miliardi di euro buttati e più di 3500 Comuni ancora o in parte distrutti sono la prova che in questo Paese, quando ci sono di mezzo i soldi pubblici, la storia non insegna mai niente.

Ci hanno fatto credere che una catastrofe potesse rappresentare l’occasione per far decollare un’economia che non ha alcun rapporto con la vocazione di un territorio e il cui inevitabile risultato sono state aree industriali che hanno rubato terreni fertilissimi all’agricoltura coprendole di cemento, fabbriche di ogni tipo, perfino un cantiere navale in montagna o un’allevamento di bovini sul mare. Cose da pazzi! Per non parlare degli enormi affari che genera di solito l’emergenza, con costi che di norma sono lievitati fino a 30 volte il preventivo iniziale. Il deserto da una parte, pieni dall’altra i fascicoli dei magistrati, che hanno appurato come quantità enormi di quel fiume di denaro finissero nelle tasche di affaristi senza scrupoli. Ben 457 concessioni industriali ed appalti revocati nel corso della Storia. Il 52,5 per cento di tutte. Di questo non hanno bisogno Amatrice e gli altri centri duramente colpiti dal terremoto. Di tutto questo non ha bisogno il nostro Paese, ne serve soltanto una ricostruzione fatta bene e velocemente, quanto piuttosto un vero e proprio programma di urbanizzazione antisismica, senza sprechi che offendano la dignità di un popolo. Un’educazione culturale, il vero sviluppo non è altro che questo.

I romani definivano la Storia “Maestra di Vita”, un filo invisibile ad occhio nudo che unisce l’umanità e aiuta l’uomo ad evolversi ad ampliare la propria coscienza. Non  distribuisce colpe o meriti ma ciò che cerca di fare è tirar fuori qualcosa di valido dall’esperienza vissuta anche se non in modo diretto ma raccogliendone gli effetti. Ciò che è davvero importante non è recriminare, rinnegare ma correggere, recuperare, rinnovare ogni esperienza storica. Il problema è che molto spesso ce ne dimentichiamo, ripetendo sempre gli stessi errori.