Sulla rivoluzione digitale dobbiamo riscoprire l’interesse nazionale

di Alessandro Guidi Batori
7 Settembre 2020

Il tema delle infrastrutture di rete 5G e della protezione dati, seppur comparso nelle cronache nazionali solo di recente, è annosamente presente nelle agende dei policymaker nazionali ed europei.

A partire dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, in bruxellese Regolamento n. 2016/679, colloquialmente GDPR, alle più recenti attività della Dama di Ferro dell’antitrust europea, Margrethe Vestager, a contrasto delle grandi multinazionali digitali fino alla guerra digitale tra l’anglosfera e Huawei.

Cassa Depositi e Prestiti, TIM, Open Fiber, Fastweb, KKR. La battaglia per la rete unica 5G nazionale parla italiano ed inglese, con il rischio che arrivi a parlare anche un po’ di mandarino.

Il recente DPCM approvato il 7 agosto 2020, consente infatti a TIM l’utilizzo delle strumentazioni 5G di Huawei, seppur con alcuni caveat e meccanismi di monitoraggio. Nel dettaglio, tra i paletti posti dal Governo italiano, figurano il divieto a Huawei e TIM di non comunicare ad Autorità nazionali estere (leggesi, RPC o Partito Comunista Cinese), informazioni e dati relativi all’operazione, così come l’obbligo di fornire a Palazzo Chigi i codici sorgente ed i progetti hardware dei componenti e di supervisionare le strutture di rete. Queste ed altre prescrizioni, che in teoria dovrebbero fugare i dubbi, in particolar modo dei nostri partner internazionali, di infiltrazioni straniere in una rete strategica quale quella 5G.

Insomma, non dovrebbero esserci problemi. Desta però qualche perplessità il fatto che il testo del decreto è circolato unicamente a ridosso dell’incontro tra il Ministro degli esteri cinese Wang Yi ed il Ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio. Così come desta qualche altro legittimo dubbio il fatto che il DPCM stesso abbia poi evidenziato il ruolo di Nokia nella fornitura dei nodi di rete 5G nella Regione Friuli-Venezia Giulia, quel Friuli dove ha sede la base statunitense di Aviano, unica base insieme a quella di Ghedi ad ospitare testate nucleari statunitensi. 

Non sono mancate neanche le perplessità del COPASIR, che a più riprese ha evidenziato come – anche sulla base delle evidenze rilevate dalle Autorità di sicurezza di Regno Unito e Stati Uniti – Huawei, ZTE ed in generale tutte le aziende operanti nel comparto digitale ed infrastrutturale di rete riconducibili al Governo cinese siano partner “ad alto rischio”, termine di matrice bruxellese, utilizzato nel rapporto Commissione UE – ENISA sullo stato delle reti 5G in Europa.

Anche a Bruxelles infatti il tema 5G e rete è molto seguito. Se da un lato la Vicepresidente della Commissione, Lady Antitrust con delega al digitale, Margrethe Vestager ha evidenziato la necessità di accelerare sulla predisposizione delle infrastrutture di rete, il Commissario al mercato interno (con importanti deleghe per la difesa, politica industriale e spaziale) Thierry Breton ha evidenziato come sia fondamentale garantire la sicurezza informatica del 5G e rafforzare l’autonomia tecnologica dell’Unione europea, sempre più compressa tra Washington e Pechino.

D’altro canto, l’Italia, forte della sua ambiguità d’intenti nei confronti di Cina e Stati Uniti, sta compiendo passi da gigante nella predisposizione della rete unica, con l’autorizzazione alla nascita di FiberCop, newco wholesale (i.e. ingrosso) che si occuperà della gestione della rete secondaria di TIM (cioè quella parte di rete che va dagli “armadietti” in strada alle abitazioni) e della rete sviluppata da FlashFiber (operatore wholesale TIM-Fastweb per la predisposizione di reti FTTH), che vede una presenza importante di TIM con il 58%, del fondo americano KKR Infrastructure con il 37,5% e di Fastweb con il restante 4,5%.

Da FiberCop è poi prevista la nascita della newco per la rete unica nazionale, AccessCo – la quale punta all’integrazione di Open Fiber – operazione a cui stanno lavorando TIM e CDP (che detiene il 50% di Open Fiber).

Data la presenza di un 50% di ENEL in Open Fiber l’esito dell’operazione non è ancora certo e l’obiettivo di avere un gestore unico, indipendente, che garantisca investimenti su tutto il territorio (Open Fiber è stato il primo concorrente di TIM in questo), e garantisca la libera concorrenza tra i provider resta quanto più ambizioso: per l’antitrust infatti potrebbe rilevare non tanto la concentrazione tra TIM e Open Fiber, ma l’eventuale capacità della newco di garantire la concorrenza (senza investimenti nella predisposizione delle infrastrutture di rete infatti i provider non avranno modo di fornire i servizi di connettività ai propri clienti).

Due rilievi da tenere sotto osservazione quindi: governance e ruolo del soggetto unico nella predisposizione delle infrastrutture di rete e terzietà di questo da eventuali infiltrazioni straniere.

La sicurezza dell’infrastruttura riaccende anche il tema della sicurezza dei dati degli utenti europei: è ormai chiaro che abbiano un valore quasi inestimabile per le grandi aziende tech, ma anche per altri operatori di mercato; disporre di molti dati, raffinati ed accurati costituisce sempre di più un vantaggio quasi-monopolistico tra diversi operatori, ed il fatto che siano sempre meno aziende a disporre di una vieppiù crescente quantità di dati ha sollevato numerose perplessità (non in Italia) sia a Washington che a Bruxelles.

Come noto infatti, la Commissaria Vestager ha più volte ostacolato operazioni di concentrazione industriale e comminato sanzioni alle big tech proprio in relazione all’abuso di posizione dominante costituito dal monopolio sui dati che di fatto queste aziende hanno conseguito nel tempo.

In tal senso l’operazione siglata tra TIM e Google per la realizzazione di data center di fatto va a fornire enormi flussi di dati ed informazioni all’azienda di Mountain View desta numerose perplessità. Sia il fatto che queste aziende non paghino effettivamente tasse in un territorio, come l’Europa, che costituisce una miniera interminabile di dati e di ricchezza, sia il fatto che proprio quando la Commissione intende intervenire sulla gestione del traffico digitale in UE a tutela dei consumatori, in Italia si stia regalando accesso ad una miniera sterminata di informazioni a costo zero.

Difendere i dati dei cittadini da una detenzione monopolistica è un requisito necessario per garantire riservatezza, libertà di mercato e tutela dei consumatori, ma la soluzione non può essere una detenzione statale centralizzata di tutte le informazioni sulla falsariga di quanto fatto dal Governo di Pechino (ipotesi tuttavia caldeggiata dal padre nobile del M5S Beppe Grillo).

Interesse nazionale è anche questo, e forse, riscoprire il potere della pianificazione strategica nazionale, con quel commissariat général du Plan (CGP) di golliana memoria ci aiuterebbe non solo a prendere parte a questi dibattiti sul futuro della nostra terra, ma anche ad esserne protagonisti.