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Piercamillo Davigo, il magistrato populista

di Federico Di Bisceglie, in Attualità, del

Il sospetto che il governo gialloverde avesse tendenze giustizialista serpeggiava già da qualche tempo. Ma ora, dopo l’elezione all’interno del Csm di Piercamillo Davigo, massimo ispiratore dell’area più forcaiola dei pentastellati, il sospetto è diventato certezza. Sì, perché non solo ora al vertice dell’organo di autogoverno della magistratura c’è un magistrato che più volte ha dato prova di non essere esattamente allineato (per dirla con un eufemismo) al moderno concetto di stato di diritto, ma il suo interlocutore, il suo omologo per quanto riguarda il potere esecutivo, è Alfonso Bonafede.

Il Guardasigilli fresco di presentazione, nelle audizioni delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, di un piano per la giustizia che, nel merito, fa raggelare il sangue nelle vene. Al di la del ‘daspo’ per i corrotti, e della riforma della prescrizione (che prevedrebbe la sospensione dei tempi dopo la sentenza di primo grado), il focus del grillino si concentra sul reato di ‘traffico d’influenze’, disciplinato dall’articolo 346 bis del codice penale e sul quale è aperto un acceso dibattito a causa della sua genericità. Ma andiamo con ordine. L’ex eminenza grigia del pool di ‘Mani Pulite’, correva l’anno 1992, a ventisei anni di distanza da quella che fu l’indagine che, in assoluto, scosse maggiormente il Paese e fece scricchiolare (per non dire che caddero del tutto) le colonne portanti della compagine politica, riscuote ancora un grandissimo successo. Tant’è che, un quarto delle toghe italiane ha votato per lui (2522 voti su 8.010 votanti).

Sarà per le sue continue apparizioni in tv, aspetto per il quale è stato criticato anche dalla collega torinese, nonché concorrente nella corsa ai vertici delle toghe, Rita Sanlorenzo. O sarà perché in un momento storico come questo in cui domina la sfiducia nei confronti della classe politica e della politica in sé (intesa nel senso più ampio e trascendente del termine), si tende a dare credito ad un magistrato famoso per aver detto che “non esistono politici innocenti, ma colpevoli su cui non sono state raccolte prove”. Dunque appare chiara una cosa: se fino ad oggi in un qualche modo tra politica e magistratura c’è sempre stata una sottile, labile, talvolta ai limiti dell’invisibile, linea di demarcazione, ora il confine è crollato. Non ci sarà più contrappeso ne tantomeno spirito critico: è acclarato che Bonafede condivida e talvolta riporti pedissequamente dichiarazioni dell’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. E dunque, c’è da sperare che questo asset politica – magistratura non sia l’inizio di una caccia all’uomo. Perché gli innocenti esistono e, malgrado quello che ha più volte dichiarato Davigo (se un imputato viene assolto non vuol dire che sia stato commesso un errore da parte del giudice e non è detto che sia innocente (sic!)) – i giudici sbagliano eccome. Sarebbe troppo scomodare Enzo Tortora.

Ma vogliamo, per concludere, citare un passo di un grande intellettuale illuminato che nel 1764 scriveva: “Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle.” Ecco, rileggere Cesare Beccaria, per alcuni, non sarebbe una cattiva idea.

Federico Di Bisceglie


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