Pensiero unico? La bestia nera del nuovo millennio

di Ferrante De Benedictis
6 Ottobre 2020

La “moderna globalizzazione”, ha assunto sempre più un’azione modellante e disgregante delle abitudini e della cultura dei popoli, attraverso una crescente omologazione dei costumi e delle abitudini dei cittadini. 

Omologazione annientatrice delle identità nazionali e avente come scopo quello di annichilire il pensiero critico e trasformare il cittadino, inteso come colui che non solo abita ma partecipa attivamente alla vita della polis, in mero consumatore bulimico ed inconsapevole.

Nasce così il consumatore globale, tanto più servile ed utile, tanto più sradicato e apolide, un consumatore che perde i connotati di cittadino e annulla ogni capacità di pensare altrimenti, di offrire uno sguardo critico del presente ed uno slancio trasformativo per il futuro.

Se da un punto di vista economico si può certamente parlare di globalizzazione come teatro del neoliberismo, nel campo politico, sociale e più in generale di pensiero, più che di globalizzazione si dovrebbe parlare di mondialismo, inteso come progetto totalitario, che ha come scopo quello di creare un unico mercato mondiale assoggettato alle sole logiche del consumo e della finanziarizzazione dell’economia.

La globalizzazione così per la prima volta nella storia porta alla ribalta quello che viene definito pensiero unico, e che in realtà di pensiero ha ben poco. Una mentalità unica pronta ad etichettare chi non si allinea con termini dalla chiara accezione negativa quali estremista, razzista, xenofobo, omofobo, maschilista, etc.

Ma cosa c’è alla base del pensiero unico? Certamente l’idea di condizionare innanzitutto il linguaggio, stabilendo a priori quali forme e quali termini possano definirsi consoni e quali invece no. 

La guerra ai termini è più in generale una guerra alla libertà di pensiero e di espressione; stiamo assistendo, senza forse neppure rendercene conto, ad una deriva Orwelliana che vede nel reato di psicopolizia il trionfo della mentalità mainstream e del politically correct. Esempio ne è il decreto Zan-Scalfarotto, una legge pericolosa oltre che palesemente contraria ai principi costituzionali e che mira a punire anche penalmente chi liberamente vorrebbe esprimere la propria idea ed il proprio giudizio, colpevole ad esempio di porsi a difesa della famiglia tradizionale.

Con la globalizzazione abbiamo così assistito ad una crescente affermazione del pensiero unico, un pensiero che sconfessa le Nazioni, che mira a distruggere le identità, ed a sfaldare le comunità locali e tutto in nome di una magmatica ideologia global progressista.

Per queste ragioni il rivendicare la propria sovranità significa innanzitutto ridare ossigeno alla libertà di pensiero e alla democrazia, ristabilendo i normali equilibri tra economia e politica, tra economia reale e finanza, tra capitale e lavoro, tra capitale e territorio.

Ma cosa vuol dire sovranità, sovranità non è da confondere con il termine nazionalismo, ma da intendere come sacrosanta difesa dei legittimi interessi nazionali, oggi più che mai minacciati da un’economia dominata dalla finanza, dai potentati globali e dal pensiero unico.

Cosa sta succedendo oggi? certamente il Covid-19 ha rappresentato e rappresenta uno di quei fatti in grado da solo di cambiare il corso della storia, un incidente della storia appunto, una discontinuità capace di catalizzare improvvisamente i processi storici e politici.

Così davanti ad un’epidemia dal carattere così globale sono tanti i potenziali processi di cambiamento in atto, che potrebbero rappresentare una grande opportunità per ristabilire quei normali equilibri di cui si accennava.

Occorre però considerare che le opportunità potrebbero essere colte anche dagli altri, e così se da un lato la pandemia determinerebbe la fine della globalizzazione, da un altro punto di osservazione potrebbe invece significare il potenziamento di un modello globalista ed il concretizzarsi di un governo mondiale sulla spinta della tutela della salute pubblica globale.

Ricorderemo certamente che da quando l’economista americano Milton Friedman teorizzò le nuove idee neoliberiste, di cui la globalizzazione ha rappresentato e rappresenta lo strumento più potente ed efficace per la sua progressiva affermazione, il modello neoliberista ha sempre saputo cogliere i momenti di crisi accrescendo il suo dominio.

A tal proposito fanno un certo effetto le parole di Mario Monti nel Febbraio del 2011 

“Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono cessioni di parti delle sovranità nazionali…”

È chiaro che Monti facesse riferimento a quello che in psicologia delle masse si chiama la teoria dello shock, di cui la comunicazione mainstream si serve con grande abilità oggi.

Ma esiste anche la speranza che possa vincere la seconda ipotesi, ossia quella che la pandemia possa rappresentare la fine del modello global progressista con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni.