“Modello Italia”? Meglio il “Modello Veneto”

di Enrico Ellero
18 Aprile 2020

Nelle prime settimane di lockdown abbiamo sentito tanto parlare di “modello Italia”, come se il nostro paese fosse diventato improvvisamente un punto di riferimento nella lotta al Covid-19 e fosse solo questione di tempo prima che tutti gli altri stati più colpiti si adeguassero ai nostri standard. “Oggi tocca a noi, ma vedrete cosa succederà domani in Spagna, in Francia, in Germania, nel Regno Unito…”, questo era un po’ il tema ricorrente nel dibattito pubblico.

È vero, la strada del lockdown è stata seguita da molti governi, ma i risultati ottenuti sono stati ben diversi. Certamente le somme si tireranno alla fine della pandemia e il bilancio in alcuni paesi potrebbe essere ancora più negativo che in Italia. Ciò non toglie, però, che la situazione italiana sia critica e che la sequenza di errori commessi dalle autorità politiche e sanitarie sia molto lunga.

Lo scorso 27 marzo tre accademici di Harvard, Gary Pisano, Raffaella Sadun e Michele Zanini, hanno pubblicato sull’Harvard Business Review un articolo intitolato “Lessons from Italy’s response to Coronavirus”.  Spoiler: non si tratta di un’apologia del modello Italia, bensì di una serie di proposte e consigli per non replicare gli errori italiani in altri paesi. Per fare qualche esempio: non adottare soluzioni parziali che seguano l’andamento del virus (le zone rosse iniziali soltanto in Lombardia e Veneto), ma propendere per soluzioni sistematiche e simultanee che possano prevenirne la diffusione; non guardare al costo politico di un provvedimento emergenziale, ma agli effetti di lungo termine dello stesso- i.e. un “eccesso di zelo” che non riscuote consensi è meglio di una sottovalutazione del problema; prevenzione e risposta devono andare di pari passo, non ci si può sbilanciare completamente sul fronte della cura senza prendere misure efficaci per identificare, monitorare e isolare i possibili contagiati; la sicurezza degli operatori sanitari e dei pazienti ricoverati in altri reparti dev’essere garantita, non è possibile trasformare gli ospedali in bombe biologiche o restare senza personale a causa della mancanza di adeguate protezioni.

Ma l’elemento davvero peculiare del “modello Italia” è in realtà la presenza di molti modelli diversi di risposta alla crisi, in virtù della grande autonomia delle regioni in materia sanitaria. Se il lockdown è stata una decisione presa da Roma, altrettanto non si può dire per i tamponi effettuati sulla popolazione, per la gestione dei reparti ospedialieri e delle case di riposo, per la protezione di medici e infermieri, per la capacità di analizzare i dati. Ed ecco che la differenza fra il Veneto e le altre regioni più interessate dalla pandemia (la Lombardia, ma non solo) appare evidente, tanto da poter parlare a buon diritto di “modello Veneto”.

Le ragioni alla base del successo veneto, o del contenimento dei danni come sarebbe più corretto definirlo, sono state illustrate dettagliatamente in questo articolo de Il Post, del quale riportiamo i punti fondamentali:

  • Innanzitutto la disponibilità di reagenti (anche autoprodotti) per effettuare le analisi dei tamponi: il Veneto ha una popolazione di 4,9 milioni di abitanti, meno della metà della Lombardia, ma ha eseguito all’incirca lo stesso numero di tamponi, ottenendo una rappresentazione più veritiera delle dimensioni del contagio ed isolando, in proporzione, molti più positivi.
  • Il “case study” di Vo’ Euganeo: il paese in provincia di Padova è diventato una sorta di laboratorio epidemiologico a cielo aperto sul virus. Tutti gli abitanti sono stati sottoposti a tampone, si è ricostruita la storia clinica dei positivi e si è riusciti a capire che anche gli asintomatici possono trasmettere il virus.
  • Il coinvolgimento immediato degli esperti, a partire dal professor Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia dell’Università di Padova. Su loro impulso la regione ha deciso di acquistare i reagenti (già da gennaio) e una macchina per velocizzare il processo di analisi dei tamponi, ha testato l’intera popolazione di Vo’ e ha chiuso momentaneamente l’ospedale di Schiavonia, dove è avvenuto il primo decesso italiano da Covid-19.
  • Le cure domiciliari al posto dei ricoveri: a differenza della Lombardia si è optato per il ricovero ospedaliero dei soli pazienti gravi, evitando di sovraffollare le strutture, di mettere in pericolo il personale medico e di trasformare gli ospedali in focolai di contagio.
  • Un sistema sanitario e ospedaliero più capillare, più decentrato, con legami più stretti tra ULSS e medici di base a livello territoriale.
  • Altri fattori accidentali, non imputabili ai meriti o ai demeriti degli amministratori e del sistema sanitario, come la densità abitativa.

Le regioni hanno dunque seguito strade diverse nella gestione dell’emergenza e gli effetti di queste scelte, a un mese e mezzo dall’inizio del lockdown, sono ben visibili. Inizialmente il premier Conte aveva minacciato di revocare le competenze in materia sanitaria alle regioni “ribelli”, che avessero seguito percorsi alternativi e non coordinati a livello centrale. Salti di gioia da parte dei centralisti di tutto lo stivale, che non vedevano l’ora di sferrare un attacco alle regioni e ai loro “poteri eccessivi”.

Qualcuno potrebbe obiettare che così facendo alcune regioni si sono salvate ed altre sono state travolte completamente dalla pandemia, mentre un’unica risposta sanitaria coordinata avrebbe garantito un maggiore rispetto delle procedure da parte di tutti e avrebbe evitato le deviazioni dal percorso stabilito. Il punto è che sono state proprio queste “deviazioni” a giocare un ruolo chiave nel modello Veneto: mentre la regione cercava di fare più tamponi possibili e iniziava l’esperimento di Vo’, Walter Ricciardi, rappresentante italiano all’Oms e consulente del Ministero della Salute, criticava le scelte di Luca Zaia, soprattutto per quanto riguarda i tamponi agli asintomatici. “Si rischia di creare solo allarmismo e confusione” diceva Ricciardi il 27 febbriaio. Il 17 marzo successivo, però, lo stesso Ricciardi twittava: “Un semplice messaggio per tutti i paesi: test, test, test. Fate il test a ogni caso sospetto di Covid-19”.

Che dire poi del governo Conte, il governo delle dirette Facebook notturne, dei Dpcm vaghi e confusi, il governo che si è lasciato sfuggire una bozza di un decreto non ancora approvato che ha scatenato il fuggi fuggi dalle zone più colpite del nord, il governo che ha dichiarato lo stato d’emergenza sanitario già il 31 gennaio e per venti giorni non ha preso alcun provvedimento per scongiurare il rischio di una diffusione del virus? In che modo questo governo avrebbe saputo prendere decisioni migliori delle regioni in materia sanitaria?

Si scarica sulle regioni tutta la responsabilità di una Caporetto nazionale e si finge di non vedere che la regione che ha avuto i risultati migliori si è ritagliata un grande spazio di autonomia, affidandosi alle eccellenze della ricerca locale e anticipando molte misure che altrove sarebbero state implementate con un ritardo di diverse settimane.

Ricordiamocene quando a emergenza finita si alzeranno le solite voci contro le autonomie regionali e contro le “secessioni dei ricchi”.