Lenny Belardo, il papa conservatore alla ricerca di se stesso

di Marco Grieco
28 Ottobre 2016

Vanno in onda stasera le puntate 3 e 4 di The Young Pope, la serie tv del Premio Oscar Paolo Sorrentino in onda su Sky Atlantic, ed è già un caso controverso. In effetti, il regista partenopeo ha abituato il suo pubblico a una familiarità con le contraddizioni, presentando esistenze declinate spesso in iperboli oniriche.

La trama di The Young Pope è all’apparenza banale, ad ascoltare chi riduce questo lavoro cinematografico in termini di denuncia (sempre facile quando si sceglie come soggetto la Chiesa) o di controverso manifesto conservatore. Secondo me, anzi, vedere in questa serie la dicotomia insolvibile tra progressismo e conservatorismo  –  un tema quantomai attuale in seno al clero – sia superficiale, nel senso cioè che si rimane alla superficie del progetto; è come solcare lo specchio d’acqua leggermente increspato di un lago ignorando i rivolgimenti che avvengono nell’abisso.

Tuttavia, dovendo pur partire da una prospettiva, facciamolo dalla percezione comune, partiamo dalla superficie. Lenny Belardo è appena salito al soglio pontificio grazie a un gioco di potere architettato dal Segretario di Stato, Angelo Voiello. A dispetto della sua giovane età, il primo Papa statunitense appare un conservatore. S’apre un primo, forte squarcio su cosa significa essere giovani nella nostra contemporaneità: ci sono giovani vecchi e vecchi giovani verrebbe da dire, e forse credo che il primo, immediato cortocircuito della serie è il paradosso dell’aggettivo “giovane” associato a un Papa che si dimostrerà molto più vecchio degli attempati cardinali.

Ma cosa s’intende per “conservatore”? L’autore Francesco Giubilei, nel suo recente libro Storia del pensiero conservatore, cita lo storico Van Den Bruck in proposito: “Secondo Moeller van den Bruck il conservatore non guarda al passato ma all’eterno: Conservare non è ricevere per tramandare, ma innovare le forme, istituzionali o ideali, che consentono di rimanere radicati in un mondo solido di valori di fronte ai continui sobbalzi storici. Di fronte alla modernità in quanto epoca delle insicurezze, non basta più opporre le sicurezze del passato, bisogna invece ridisegnare nuove sicurezze assumendo e facendo proprie le stesse condizioni di rischio con cui essa si definisce”.

In tal senso, Lenny Belardo è un conservatore a tutti gli effetti. Per esempio, la sua gestualità legata al vizio del fumo, dagli anni Sessanta l’atto d’emancipazione per eccellenza (dalla famiglia, dagli ordini costituiti, da una visione ecologica ed economica della Chiesa), è solo apparentemente rivoluzionaria. Il fumo, pur richiamando la vanitas dei vizi umani, appare più conservatore di una modernità sempre più vegana, salutista all’eccesso e gluten-free. Inoltre, il nome scelto dal nuovo Pontefice, Pio XIII, si lega a una tradizione conservatrice, come gli farà notare il cardinale Assente. Oltre alla gestualità quotidiana prima citata, c’è un’eco di linguaggi non verbali ereditati dal passato. Agli inizi della prima puntata, il gesto “materno” delle mani protese in posizione orante alla folla, è desunto del simbolico abbraccio di Papa Pio XII al quartiere di San Lorenzo, colpito dalle bombe belliche. Pio XIII ha più cose in comune con Papa Pacelli che con Giovanni Paolo II e i suoi diretti predecessori.

In realtà, la storia del clero americana è costellata di conservatori; si pensi a mons. Thomas Tobin, vescovo di Providence, o al cardinale Burke. Il conservatorismo americano altro non è che il legame a una teologia di tono ottocentesco; non dimentichiamo che oltreoceano gli affari del Vaticano sono percepiti con tutti i filtri interpretativi che una distanza notevole oppone. Ancora oggi, prolificano in nord America le scuole e le istituzioni cattoliche rimaste legate allo spirito dei loro fondatori e, per così dire, conservatrici. D’altro canto, lo spirito conservatore made in USA è strettamente legato al ruolo politico della Chiesa: la distanza fisica da Roma ha fatto del clero americano il faro del mondo cattolico stelle e strisce. Questo atteggiamento giustificato dallo storia ha indotto il popolo a vedere nella religione il provvidenziale endorsement a un dominio politico di potenza, di matrice soprattutto repubblicana.

Lenny Belardo eredita questo aspetto, o meglio lo fa suo quando si ritrova a ricoprire il ruolo di capo di Stato. Indirizzando l’elezione verso quel giovane, silenzioso cardinale americano, il cardinale Voiello ha sottovalutato questo aspetto: ben presto sarà chiaro che l’apparente silenzio di Papa Belardo nasconde la spregiudicatezza ereditata dai pionieri e petrolieri americani. In tal senso, Papa Pio XIII del Nord-America è l’antitesi più riuscita di Papa Francesco, del Sud-America. Nella dimensione della fiction, anche Papa Pio XIII viene da lontano, ma in lui non c’è lo stesso spirito conciliante e aperto desunto dagli esiti rivoluzionari del Concilio Vaticano II.

Tutto questo presupposto ideologico crea un’aura mitica intorno al Papa: egli, dal punto di vista della persona, rimane un uomo come tutti gli altri, una contraddizione, come dirà in una confessione al cardinale Spencer:
“Chi sei tu, Lenny?”, “Io sono una contraddizione […] come l’uomo, buono e cattivo”.
Ma è arrivato il tempo di sondare gli abissi turbinosi dell’analisi. Credo che, se si voglia dare una chiave di comprensione di una serie che di per sé è poco familiare, si dovrebbe considerare The Young Pope un film basato sull’identità, arcana e irraggiungibile, del protagonista. Belardo, al secolo Lenny, quando prende le vesti di Pontefice della Chiesa Universale, si trova faccia a faccia con l’insoluta domanda sulla sua identità: egli proviene da un un limbo di orfani senza-volto. Questo è tradotto molto bene nella fotografia utilizzata: il Pontefice è ritratto di frequente in primi piani, o comunque non è lasciato spazio alla visione intera della sua figura, come se fluttuasse o levitasse impercettibilmente in uno stato fisico differente.

La serie stessa comincia all’interno dello stato onirico del protagonista: nel sogno, Lenny emerge da una montagna di bambini assopiti sulla facciata della Basilica di San Marco a Venezia. In queste scene iniziali c’è tutta la potenza diafana di un presagio, simile per certi versi alle visioni mistiche di Suor Lucia dos Santos di Fatima. Eppure, questo sogno suggerisce le coordinate in cui s’innesta la figura del giovane Papa, emergente da una dozzina di esclusi sociali. Lo status di orfano che lo perseguita dall’infanzia viene così, elevato, a privilegio di elezione agli occhi di Dio: il Padre con la P maiuscola non esclude nessuno, anzi i senza-padre, gli abbandonati hanno più diritto di Paternità celeste tra tutti gli altri.

Che questo sia il ragionamento di Papa Pio XIII lo dimostra la sua prima, shockante omelia: “Ci siamo dimenticati di Dio. Voi vi siete dimenticati di Dio. Bisogna essere più vicino a Dio che agli uomini. Io non vi sarò mai vicino, perché tutti noi siamo soli davanti a Dio.”
La sua figura è sovrumana, un daimon platonico intermediario tra l’iperuranio e la terra. Non deve, dunque, stupire che a Lenny vengano spesso associati dei fatti prodigiosi, come il miracolo del sole, colto nel sogno, o la mansuetudine di un canguro al suo tocco (queste legittimazioni del soprannaturale sono tipiche del mondo americano, degno erede dei più disparati movimenti new-age, tra l’altro). I suoi fedeli  –  per ora sembra esserlo solo suor Mary – e lui stesso, caricano la sua figura di un valore escatologico così potente da diventare paradossalmente ieratico.

Con questa premessa, si comprende bene perché il fare del Papa cada continuamente nel contraddittorio scontro con la parte umana, fragile, iraconda. Dopo il sogno, Papa Pio XIII si sveglia con la suoneria di un iPhone, mentre incombe su di lui, appena eletto, il silenzio sovrumano di Dio, così agghiacciante da essere iconicamente evocato da un Crocifisso ligneo che, visto dal letto capovolto, appare rovesciato, quasi satanico; oppure dall’Ave Maria di Schubert disturbata da una mondana interferenza radiofonica.

Le prime scene di vita reale ci presentano una quotidianità sobria, misurata, pervasa completamente dal neutro colore bianco, riverberato in ogni cosa, dalle infradito alla radiosveglia. In realtà, l’inizio del nuovo Pontificato coincide, per il cardinale Belardo, la fase di costruzione di un’identità agognata. La sua esistenza, ora legata al Pontificato, diviene l’unica veste in cui è finalmente possibile appropriarsi di un’identità; non importa che suor Mary legga in questo un segno della Provvidenza:

“Ascoltami Lenny. Da oggi tu devi guidare la Chiesa. Un miliardo di persone dipenderanno da ciò che dirai e farai. […] Ora i tuoi dolori personali, le tue enormi sofferenze, i tuoi ricordi atroci dovranno passare in secondo piano. […] Da oggi in poi tu non sei più Lenny Belardo, orfano di padre e di madre. Da oggi in poi tu sei Pio XIII, padre e madre di tutta la Chiesa Cattolica”.

L’elezione pontificia dà a Lenny l’opportunità di mostrare al mondo intero chi è Papa Pio XIII. Un compito, questo, che però richiede tensione perché deve passare attraverso la distruzione di quelle costruzioni identitarie finora costituite in seno allo Stato Vaticano. È il caso dell’amichevole cuoca, suor Bice, e del Segretario di Stato Angelo Voiello, depauperato del suo ruolo politico, come della bionda marketing manager, la cui laurea ad Harvard è dichiarata come qualcosa di vecchio, decadente. Ogni destituzione operata dal Papa è la distruzione di un edificio preesistente: ciò appare come l’unica azione possibile per costruire da zero una nuova identità. In tal senso — ed ecco la contraddizione- Papa Pio XIII si mostra più esperto di marketing degli esperti, perché lo sta vivendo di persona: la sua “iperbole rovesciata” come avrà modo di dire, non è una mutilazione iconoclasta, ma una blasfema mitopoiesi:
“Salinger, Kubrick, Banksy, Daft Punk e Mina hanno in comune un filo invisibile: nessuno di loro si fa vedere.
Il Vaticano sopravvive grazie alle iperboli. Ora noi dobbiamo generare l’iperbole; ma, questa volta, rovesciata”.
Sarebbe riduttivo, però, pensare questa serie tv non tratti della fede. In realtà, Lenny Belardo è presentato come un uomo dallo spirito inquieto, in cui l’aspetto spirituale e quello umano frizionano così tanto da poter generare il rischio di una deflagrazione affettiva.

Lenny è, anzitutto, il bambino alla ricerca di una genitorialità sublimata, perché la vita gli ha negato la quella umana, a stento ricostruita, nel corso degli anni, dalle adozioni genitoriali di suor Mary e padre Spencer. Suor Mary, pur nel suo algido distacco americano, appare come la sua madre acquisita che, già nel nome, rivela una maternità di per sé paradigmatica. Non è un caso che, nel primo incontro di Lenny e suor Mary in Vaticano, frequenti siano le ricorrenze alla Vergine Maria, dalla statua dell’eliporto, alla Madonna della grotta di Lourdes in ristrutturazione. La Vergine Maria e la figura di suor Mary vengono assimilate al loro specifico ruolo, anche se presto la suora verrà depauperata del suo ruolo iniziale.

Questo, infatti, avviene in un successivo momento ed ha a che fare con l’acquisita figura paterna, il controverso cardinale Spencer. Quando, frustrato dalla delusione, Spencer nega il suo appoggio al pupillo di sempre, Lenny percepisce questa mancanza come il rinnovo di un’assenza genitoriale, forse mai svanita. Il tradimento di “padre” Spencer genera in Lenny un momento di crisi insolvibile, superato in seguito dalla consapevolezza che il ruolo genitoriale potrà essere solo affidato a Dio e alla Vergine Maria: un ruolo, però, esclusivo, cristallizzato al di fuori di qualsiasi dimensione affettiva.
“Io guardo dappertutto, io prego dappertutto. Ma non vedo Dio. Perché non vedo mio padre, non vedo mia madre.”
Questa maturazione diventa consapevolezza davanti alla Pietà di Michelangelo: nel dialogo tra il Papa e padre Gutierrez, il prelato spagnolo ricorda la sua vocazione, il momento cioè in cui percepì il “distacco” terreno da qualsiasi rapporto genitore-figlio:
“Il bambino si era fatto uomo. Mio padre, mia madre erano qui, mi guardavano, ma già non erano più loro. E io non ero più io.”

Da questo momento in poi ogni “apertura” del Papa sarà abbandonata a scapito di un’ermetica chiusura sovra-umana. Non sarà possibile una mediazione tra Dio e gli uomini, ma il Papa rimarrà una guida sola in una cabina di comando. La sua presenza fisica, d’ora in poi, sarà mitica: all’orizzonte si profila il rischio di trasformare il Vaticano come un non-luogo limbico, una sorta di olimpo terrestre all’ombra ieratica di un Pontefice alieno. Non ci resta che vedere come andrà a finire.