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La solitudine di Sergio Marchionne

di Ferrante De Benedictis, in Attualità, del

Ciò che sconvolge è la netta sensazione che si sia celebrato in anticipo il funerale di un uomo che per giorni è rimasto sospeso tra la vita e la morte, chiaro sintomo di una società malata, che ha perso la sua spiritualità e ha dimenticato la centralità dell’uomo.

Infatti a prescindere dal giudizio positivo o negativo del suo operare pubblico, occorre non dimenticare che dietro l’ uomo c’è sempre il suo privato, i suoi affetti e in questo caso i suoi figli, che si sono ritrovati al capezzale di Sergio Marchionne nell’inesorabile attesa che il destino facesse il suo corso, portandoselo via all’età di 66 anni.

Marchionne per oltre un decennio ha rappresentato il manager per eccellenza, in grado di interpretare il presente e leggere il futuro con estrema chiarezza.

Abilità, concretezza e capacità di capire le persone questo è Marchionne, perché quando si valuta un manager lo si deve valutare per quanto è chiamato ad operare, ossia generare utili e far crescere la sua azienda e lui questo lo ha saputo fare meglio di chiunque altro, trasformando così un’azienda provinciale in una super potenza mondiale.

Ma questo a quanto pare non basta perché i tanti che lo hanno osannato, ora lo attaccano e così da quando la notizia delle sue critiche condizioni di salute è diventata di dominio pubblico si è assistito alla celebrazione del suo necrologio ancor prima della sua dipartita.

Ad attaccarlo sono soprattutto coloro che in chiave ideologica vorrebbero riportare lo scontro di classe, il padrone contro il lavoratore, non più il manager di successo che fa grande un’azienda italiana, ma il mangiatore di uomini, il carnefice, colui che ha delocalizzato e dopo aver sfruttato il nostro paese adesso scappa con il bottino.

Accusatori che non hanno mai dimostrato di amare il nostro paese e che come dei veri sciacalli mordono il leone ferito, lo umiliano, lo deridono e confondono il ruolo del manager con il ruolo dell’azionista, e ancor peggio addossano al manager colpe che sono chiaramente colpe della politica.

Addossare a Marchionne la colpa di aver delocalizzato fiscalmente e a livello produttivo la Fiat non è soltanto sbagliato ma oltremodo fuorviante, perché la colpa non è di chi lavora per portare a frutto interessi privati, ma di chi avrebbe dovuto garantire il bene comune ossia lo Stato e le sue istituzioni.

Le colpe di un’economia, in particolare quella finanziaria che strozza gli Stati e schiaccia le fasce deboli, è responsabilità di una politica nazionale ed europea debole ed asservita al potere finanziario e alla multinazionali, d’altronde senza Sovranità la politica come può esprimersi e moderare i fenomeni economici?

Chi ama l’Italia anziché prendersela con chi ha permesso ad un’azienda Italiana di trasformarsi in un’azienda mondiale, dovrebbe invece dirigere le proprie invettive contro coloro che hanno indebolito la sovranità riducendo così la politica a cortiletto del potere e spettatore passivo delle dinamiche mondialiste.

Marchionne ha dal canto suo conquistato l’America, lo ha fatto grazie al suo carattere e alla sua straordinaria e forte identità Italiana, la chiave del suo successo non è stata quella di cedere alle mode dell’omologazione, ma bensì in un contesto globale a richiamarsi alla nostra tradizione e soprattutto al genio italico da sempre sinonimo di bellezza e qualità.

Ernesto Aucis su First online, già direttore de La Stampa e strettissimo collaboratore del manager nei primi anni dell’era Marchionne, scrive: “Il vero rivoluzionario era Marchionne, che proponeva una strada innovativa per l’industria e la società, mentre Bertinotti, al di là della reciproca simpatia, sembrava ancorato agli stereotipi del passato”, infatti Marchionne ha saputo comprendere al meglio le sfide che aveva di fronte, mentre la politica appariva aliena ed incapace di dominare il cambiamento.

Oggi dobbiamo piuttosto interrogarci su come mettere a frutto l’esperienza del manager italiano, come in un mondo globale salvaguardare le classi deboli e la nostra identità.

Per far questo, credo si debba passare dalla riconquista della sovranità e di una politica forte, ponendo grandissima attenzione ed evitando il rischio di pericolosi rigurgiti di lotta di classe.

Perché l’impresa, gli imprenditori ed i suoi manager non sono nemici del paese, ma importanti alleati per la sua crescita; tutto questo a condizione che lo Stato e la politica, pur incentivandone lo sviluppo, ne moderino gli eccessi mediando tra l’obiettivo utilitaristico del privato e la salvaguardia dell’interesse nazionale.

Ferrante De Benedictis


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