Quell’Occidente materialista e senza radici che ha paura del diverso

di Marco Bachetti
25 Ottobre 2016

Vedere via dei Fori imperiali in pieno giorno gremita di musulmani in preghiera, rivolti alla Ka’ba della Mecca nel cuore della città culla della cristianità, ha provocato nei più sentimenti di rabbia ed indignazione. In un momento storico in cui lo scontro di civiltà sembra aver raggiunto il suo apice può apparire assurdo, se non autolesionista, che nella capitale d’Italia sia concessa liberamente una manifestazione di questo genere. Un segnale di resa. Ma è veramente così? Permettere o come in questo caso evitare di reprimere una pubblica celebrazione di un rito religioso estraneo alla nostra tradizione nazionale significa realmente essere subalterni, deboli, incapaci di contrastare l’ondata islamica?

Partiamo dall’antefatto. L’amministrazione di Roma Capitale ha deciso nelle scorse settimane di chiudere le cosiddette moschee abusive, ovvero quei luoghi di culto della confessione islamica non regolari che sorgevano perlopiù nelle periferie romane tra garage e sottoscala vari. È evidente che combattere l’abusivismo non può essere la soluzione se non si predispone con urgenza un piano per la regolamentazione delle moschee in rapporto alla quantità di persone di religione musulmana presenti a Roma. Come nel mercato, domanda ed offerta si devono incontrare per evitare situazioni di squilibrio. D’altronde negare la libertà di culto ed il diritto a pregare a chicchessia non solo è contrario ai nostri principi costituzionali ma riprendendo i cinque pilastri della conservative mind di Russell Kirk troviamo proprio al primo punto il credo in un ordine trascendente, in “un divino intento che governa la società e lega i vivi e i morti”. In parole povere per un conservatore il vero pericolo è la deriva laicista, non di certo le altre identità religiose.

Il fenomeno della multiculturalità, conseguenza spontanea della globalizzazione e dell’aumento dei flussi migratori, può determinare l’implosione della nostra società se l’integrazione correrà lungo il terreno della laicità, o meglio del fondamentalismo laico. Come accaduto in Francia e in altri Paesi europei che hanno adottato il modello separatista intollerante verso la dimensione pubblica di qualsiasi confessione religiosa. Ma può anche tramutarsi in una straordinaria opportunità di incontro tra i popoli, una manifestazione di quel Dio che viene a riunire tutte le Nazioni. Popoli, nazioni, lingue, nel riconoscimento reciproco delle diversità per contrastare l’unico autentico nemico, quella deriva mondialista omologatrice che ci vuole tutti uguali ed idolatri di Mammona, del dio denaro. Consumatori e sudditi perfetti. In tal senso le parole di Papa Francesco risuonano come profetiche quando parla di accoglienza e misericordia. Solo un’ondata migratoria come questa, di portata storica, può avere un impatto provvidenziale sulla società occidentale, dimentica delle sue radici e preda del nichilismo. Incomprensibile per tutti coloro che hanno ideologizzato il cristianesimo, trasformandolo da fede universale a filosofia dell’Occidente antislamico.

Un confronto-scontro anche cruento con un popolo così fiero della sua identità storica e religiosa è forse l’unico antidoto per risvegliare questa Europa dormiente, che sembra trascinarsi a fatica, impaurita dinanzi allo straniero, avvilita dagli attentati, buonista quando parla di integrazione essendo in fondo consapevole di non poter integrare nulla in assenza di un modello da proporre. Un’Europa che ricorda moltissimo quella del tardo Impero romano, una civiltà con i giorni contati, fiacca, stanca, in calo demografico e minata dallo stanziamento di popolazioni barbare, portatrici di usi e costumi nuovi e sconosciuti. Immigrati di quell’epoca, impiegati inizialmente dall’Impero per pattugliare il limes e rimpolpare l’esercito. Lavori scomodi, che quasi nessuno dei cives romani voleva svolgere. La storia si ripete, come sempre! Da quello scontro dopo secoli di devastazioni e carestie nacque la civiltà cristiano-medievale ed i barbari vennero veramente integrati andando nei secoli a formare le nazioni della nascente Europa.

Tornando a noi, il problema della multiculturalità dovrebbe essere posto in questi termini. Agli stranieri di allora l’Europa seppe proporre una nuova fede ( il cristianesimo) ed una nuova cultura (quella greco-romana) in grado di civilizzare tribù nomadi ed edificare la societas christiana. A quelli di oggi invece questa Europa potrà al massimo proporre il mercatismo e la teoria del gender. Ideologie distruttive di civiltà, che fanno tornare alla mente quanto diceva il compianto cardinal Giacomo Biffi: “Io penso che l’Europa o tornerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la cultura nel niente, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità”.