“Investimenti e finanziamenti parte integrante della strategia geopolitica qatariota”. Ne parliamo con Elia Morelli

Elia Morelli è ricercatore di storia all’Università di Pisa ed analista geopolitico (Domino). Nella sua intervista per Nazione Futura racconta la geopolitica del Qatar, la sfida per il primato di superpotenza interna al mondo musulmano e le tensioni crescenti in Medio Oriente, con il possibile scoppio di un conflitto tra Israele ed Iran, in caso di avvicinamento eccessivo di Teheran alla costruzione della bomba atomica.

Dott. Morelli, può farci una panoramica della geopolitica del Qatar? Quali sono gli obiettivi del paese?

 Gli obiettivi di politica estera del Qatar sono direttamente connessi all’ospitare il mondiale di calcio. La possibilità di magnificarsi sul piano internazionale facilità l’accrescimento del prestigio sulla scacchiera planetaria. Ovvero, il Qatar mira a diventare una superpotenza ed il tassello “sportivo” è strumentale al fine di raggiungere tale obiettivo. Inoltre, questo piccolo stato sta attuando investimenti chiave in Occidente: in Francia ed UK ne sono avvenuti di massicci, necessari a creare un impero economico globale, utile a sostanziare le proprie ambizioni geopolitiche. Doha porta avanti una cooperazione strategica da anni con la Turchia, partnership rilevante per estendere l’influenza in diversi scenari internazionali come il Nord Africa, l’Africa Subsahariana, il Medio Oriente. Inoltre, il Qatar ha in atto un’alleanza importante con gli USA, siglata di fatto all’inizio del 2022. Non manca un sostegno, piuttosto elevato negli anni scorsi, alla “Fratellanza Musulmana”, volta ad aumentare il suo prestigio all’interno del mondo islamico, dato che nella sfera araba/musulmana c’è da sempre una competizione tra i singoli stati, che si contendono il ruolo di “alfiere prediletto” e leader di questa realtà complessa e frastagliata.

Lo scandalo del “Qatargate” evidenzia la capacità del paese di inserirsi ed influenzare le decisioni politiche delle istituzioni europee, con i pericoli che ciò comporta. Come contrastare questo fenomeno?

 È molto difficile contrastare il fenomeno perché l’UE non è un soggetto geopolitico, piuttosto un teatro dove numerosi attori interpretano un ruolo volto a tutelare i propri interessi nazionali. Il Qatar sta plasticamente dimostrando qualcosa che ha stretto legame con il mondo capitalistico, cioè che il denaro prevale su tutto il resto. Tale manifestazione simbolica si ha nel caso specifico del cosiddetto “Qatargate” e nell’osservare i modi in cui ha operato il Qatar per ottenere l’assegnazione degli stessi mondiali: il 2 dicembre 2010 il paese viene ufficialmente designato quale stato in cui si svolgerà la coppa del mondo attualmente in corso, con il beneplacito dell’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, del presidente UEFA Michel Platini e del Presidente della FIFA Sepp Blatter. Addirittura, ci fu una cena pochi giorni prima dell’assegnazione ufficiale, in cui la dinastia Al Thani ottenne l’ok per l’assegnazione della manifestazione, in cambio di alcuni favori. In primis, l’acquisto del Paris Saint Germain del 2011 a prezzo raddoppiato (da 35 milioni di valutazione a circa 70), oltre ai massicci investimenti che il Qatar avrebbe attuato proprio in Francia. Non a caso, nel 2015 il paese islamico stipulò un accordo con Parigi inerente l’acquisto di numerosi jet “Dessault Rafale” in cambio di circa 6 miliardi di Euro.

 Quali sono i rapporti attuali tra Turchia e Qatar? Come nasce ed a cosa punta questa partnership tra i due stati?

EM: La cooperazione strategica tra Qatar e Turchia risale al 2017, ovvero allo scoppio di una crisi molto forte interna al mondo arabo, dove Arabia Saudita, Egitto, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti ruppero i propri rapporti diplomatici con il Qatar, perché impauriti dalla mossa qatariota di supportare i gruppi islamisti della Fratellanza Musulmana, che avevano sconquassato la realtà araba dal 2011, favorire una costellazione di ribelli sunniti tramite la pervasiva diffusione mediatica dell’emittente Al Jazeera, assecondare l’interazione cordiale con l’Iran. Pertanto, il boicottaggio nei confronti di Doha ha portato il Qatar a stipulare una partnership strategica militare di grande valore con Ankara, rimasta l’unico soggetto a poter assicurare le esigenze securitarie dell’emirato ed a fornire il surplus simbolico narrativo da grande potenza, in grado di galvanizzare la dinastia regnante di Doha. In cambio il Qatar ha garantito massicci investimenti alla Turchia, volti ad assecondare e favorire le ambizioni neottomane di Erdogan in tutti i quadranti dove Ankara opera geopoliticamente: Asia Centrale, Medio Oriente, Africa Settentrionale e Subsahariana.

 Può esprimerci le sue considerazioni in merito alla rivalità geopolitica tra Arabia Saudita ed Iran?

 Sono due paesi che si contendono la leadership interna al mondo musulmano, con l’Arabia a maggioranza di un sunnismo particolare – il Wahabismo – piuttosto radicale ed intransigente, su cui il paese fa leva per estendere la propria influenza. Dall’altro lato abbiamo l’Iran, a maggioranza sciita e che a partire dalla rivoluzione islamica del 1979 ha cercato di espandersi geopoliticamente puntando su questa tipologia di religione islamica. Pertanto, la rivalità tra i due paesi si manifesta in modo alquanto preoccupante in fronti come quello yemenita o della guerra civile del cosiddetto “Siraq”: in Siria Teheran ha inviato truppe ed in Yemen sostiene i ribelli Houthi, a cui Riad si è opposta anche con il supporto militare occidentale, in particolar modo degli USA. Ad oggi, sembra però che Riad stia arrancando perché Washington ha ridotto il suo sostegno, favorendo una maggiore collaborazione con il Qatar.

 Le tensioni tra Israele ed Iran potrebbero portare ad un conflitto diretto, se Teheran dovesse avvicinarsi eccessivamente alla costruzione della bomba atomica? Nel caso, ritiene che gli USA interverranno militarmente a supporto di Gerusalemme, mantenendo fede all’impegno declamato recentemente da Joe Biden per “un Iran mai nucleare”?

 L’Iran attraverso l’arricchimento dell’uranio sta provando ad aumentare le possibilità di giungere alla costruzione dell’arma atomica, che fungerebbe da assicurazione sulla vita del regime sciita ed amplierebbe le possibilità di sostanziare le sue ambizioni di influenza regionale. Sull’altra sponda abbiamo Israele, stato piccolo e fragile, che si sente assediato e minacciato dai propri nemici ma può giovarsi dell’appoggio degli Stati Uniti d’America e proverà, sfruttando attivamente informazioni e supporto di CIA e Mossad, ad impedire che Teheran costruisca la bomba atomica, attraverso operazioni di sabotaggio dei siti nucleari nel prossimo futuro.

 Come valuta l’atteggiamento di Washington nei confronti delle rivolte iraniane? È possibile che nel prossimo futuro la Casa Bianca appoggi apertamente la prospettiva di un regime change nel paese?

Le rivolte in Iran sono legittime, portate avanti dalla popolazione per ottenere maggiori libertà e diritti umani. Nel momento in cui un popolo avanza delle proteste contro un regime ingiusto che schiaccia i diritti umani è ovvio che gli Stati Uniti – in quanto superpotenza a livello globale – sostengano queste rivolte e possano far leva attraverso l’intelligence per provare ad attuare un regime change. Tuttavia, è anche da analizzare che se pure il cambio di regime dovesse esserci potrebbe non comportare una svolta geopolitica filooccidentale del paese: potrebbero prevalere ed andare al governo frange nazionaliste, ancora imperialiste ed aggressive, nonostante un cambio di paradigma costituzionale della nazione.