Il ponte di Renzo

di Adolfo Parente
31 Agosto 2018

Ci sono due modi, opposti, di reagire alle catastrofi e ai disastri: accettare con fatalistica rassegnazione l’evento tragico e magari invocare il cielo nell’attesa di un aiuto; oppure ricominciare, ricostruire ciò che è andato distrutto e andare avanti con forza e coraggio. Ma per ricostruire, non bastano solo volontà e altruismo, occorrono fattori importantissimi come competenza, cultura, intelligenza e creatività, soprattutto per evitare che accadano nuovi disastri e porre fine agli errori del passato. Abbiamo davanti agli occhi l’immagine di Genova, del ponte crollato, di una città devastata e attonita, di quelle vittime innocenti che il viadotto ha portato via nel suo cupo disgregarsi. All’evento luttuoso è seguito il valzer delle responsabilità e delle accuse reciproche, dei contraddittori tra politica e sistema capitalistico nostrano, delle proposte sbrigative e delle soluzioni superficiali, dettate dalla rabbia e dai tempi dei tweet.

Nel frattempo i genovesi hanno pianto e sofferto, ma hanno anche deciso di reagire con forza, orgoglio e coraggio, secondo un costume tipico del popolo della lanterna. Al coriaceo carattere dei liguri ha fatto eco l’ingegno, l’espressione del genio e della creatività della nostra nazione. Parliamo di Renzo Piano, uno degli architetti più famosi al mondo, che qualche giorno fa si è recato nel palazzo della Regione ed ha portato, gratuitamente, il suo contributo, ovvero il progetto di un nuovo ponte, capace di suscitare nell’animo quel risveglio morale e creativo necessario per rialzarsi. Nelle sue parole ,“dal quattordici agosto non penso ad altro”, si può leggere il senso profondo di appartenenza alla città; attraverso il suo progetto egli manifesta la parte migliore dell’Italia, la genialità, l’inventiva e la cultura. Ma Piano ha agito anche da uomo delle istituzioni offrendo, come Senatore della Repubblica, la sua esperienza e le sue doti di creatività e competenza per ricomporre una città spezzata: “L’architettura fa questo: celebra e costruisce, la città costruisce cambiamenti e documenta. L’importante è non cadere nella retorica. Quello del ponte è un tema che tocca tutti e tutte le corde da quella tecnologia a quella poetica”.

L’archistar aveva già avuto modo di confrontarsi con la città per la ristrutturazione del Porto Antico, ma allora si celebrava un evento. Adesso bisogna riannodare i fili di un tempo tragicamente sospeso. Il ponte di Renzo rispecchia sia le caratteristiche tipiche di un viadotto, ovvero la funzionalità, sia la leggerezza di una struttura nuova, liberando l’aria da quel peso che sembra incombere sulle case; allo stesso tempo manifesta la volontà di recuperare un ambiente naturale sopraffatto dalle costruzioni, e assicurare il valore della memoria, ricordando coloro che hanno perso la vita. Si tratta di un progetto che ricalca la visione architettonica di Piano, quel coniugare creativamente modernità industriale, artigianalità e senso vitruviano delle proporzioni, attraverso soluzioni nuove ma sempre a misura degli spazi, dei luoghi e delle persone. Un’architettura di aria e luce come direbbe il suo mentore Franco Albini. E così ogni parte della struttura rappresenterà una citazione, un rimando all’identità genovese: al posto degli stralli di sostegno della vecchia struttura, una serie di pilastri la cui forma richiama la prua di una nave; lo spazio vuoto sotto al ponte sarà destinato ad un parco con intorno incubatori di imprese e start up.

Quarantatré steli di luce, per commemorare le vittime, quasi un sofisticato rimando alle Corrispondances declamante da Baudelaire “La Natura è un tempio dove vivi pilastri mandano fuori confuse parole, la attraversa l’uomo tra foreste di simboli dagli occhi familiari”. Renzo Piano vede il ponte come un’opera collettiva con architetti, paesaggisti e ingegneri; e sui talenti attraverso concorsi aperti ai giovani. Vorremmo andare oltre e vedere il progetto già finito, ma come ribadisce l’architetto genovese “bisogna fare presto ma non in fretta”.