Il parmigiano è del Wisconsin: l’ultima follia sul Financial Times

di Redazione
27 Marzo 2023

Di Francesco Santocchi

Oggi sul Financial Times è uscito un articolo dove, in virtù della candidatura della cucina italiana a patrimonio dell’ Unesco da parte del ministro dell’ agricoltura Lollobrigida e cultura Sangiuliano, si rivendicano prodotti tipici e ricette identitarie come il Parmigiano Reggiano e la carbonara da parte degli Stati Uniti d’ America, un paese dove l’ unico prodotto enogastronomico che può rivendicare, per fonti storiche che lo attestano, è il cocktail. 

Forse la carbonara può avere delle influenze americane, le classiche uova e bacon della colazione mattutina in salsa anglosassone, che verranno declinate in una salsa per la pasta probabilmente dopo la seconda guerra mondiale con l’ avvento degli americani nel nostro paese a salvarci dall’ occupazione nazifascista. Alcuni sostengono che già esisteva da prima, ma ahimè, come per qualsiasi ricostruzione storica, non essendoci fonti scritte, almeno per il momento, che riportano la ricetta in un manuale, rivista, giornale ecc… difficilmente si può risalire alla sua autentica storia, quello che sappiamo che ogni famiglia in Italia, specie quelle romane, preparano la carbonara, già questo fa di questa ricetta un prodotto iconico, anche perché difficilmente troverete la famiglia tipica Americana che sappia realizzarla a puntino. 

Se sulla carbonara ci potrebbero essere dei dubbi sulla paternità tra Italia e Stati Uniti, sul Parmigiano lo attestano i fatti storici che non è così. Basta andare sul sito del Parmigiano Reggiano ( https://www.parmigianoreggiano.com/it/prodotto-storia ). 

Ma il punto non è questo, il punto è che ancora una volta da parte di qualche accademico italiano, in questo caso tale Alberto Grandi professore ordinario di Storia dell’ alimentazione all’ università di Parma, che rilascerà un intervista alla giornalista Marianna Giusti, dove screditerà l’ autenticità della cucina italiana, tipico della cultura progressista nostrana, che secondo i principi della cancel culture, tentano un attacco alla nostra identità, dando credito a ricostruzioni che alimentano sempre di più nella nostra società una mancanza di affezione verso i nostri costumi e tradizioni. 

L’ enosgatronomia è un campo nel quale questi aspetti possono venire sempre più in evidenza, perché se da un lato è vero che delle ricette e prodotti sono frutto della contaminazione con altre culture e altri paesi, pensate alle spezie importate dal Nord Africa durante l’ Impero o dai paesi asiatici durante il periodo delle Repubbliche Marinare, il pomodoro e le patate dalla scoperta delle Americhe e così via. 

Dall altro sarà altrettanto vero che questi prodotti troveranno il loro senso nelle ricette che sono frutto della grande tradizione gastronomica occidentale, che parte dalla pubblicazione del primo Manuale di cucina durante l’ Impero: “il De re coquinaria” da parte del primo gastronomo, cuoco di corte e letterato Marco Gavio Apicio, passando per le corti della Repubblica di Firenze con i manuali di Mastro Martino e Bartolomeo Sacchi, fino a quelle Borboniche di Vincenzo Corrado e Giovanni Vialardi alla corte dei Savoia, per non dimenticare l’ ultimo genio della cucina italiana novecentesca come Gualtiero Marchesi che creerà dei piatti fonti di ispirazione per tutta la nuova generazione dei cuochi moderni. 

Potrei continuare per ore a cercare di far capire che la cucina italiana c’è ed esiste, che è parte della nostra cultura, storia e identità, frutto di secoli di costruzioni che accompagnano l’ edificazione della nostra civiltà, oggi messa sotto attacco dalla cultura progressista che tenta sempre di ricostruirla secondo logiche anti identitarie. 

Quindi si le carte per far sì che la cucina italiana sia parte del patrimonio Unesco ci sono tutte.