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Gestire i beni storico-artistici in Italia: un dibattito ancora aperto

di Adolfo Parente, in Attualità, del

Adotta un apostolo” è lo slogan di una interessante iniziativa, volta al recupero di fondi per finanziare i restauri di un dipinto del XVI secolo, custodito nel refettorio di Santa Maria Novella a Firenze. Si tratta de “L’Ultima Cena” di suor Plautilla Nelli che, oltre alla pregevole fattura e le enormi dimensioni (sette metri, con gli apostoli realizzati a grandezza naturale), è particolarmente significativo proprio per il fatto di essere, un unicum. Il soggetto sacro in questione non è mai stato eseguito da una donna, che nel caso specifico, altra particolarità, si tratta di una consacrata domenicana. La notizia è significativa poiché apre anche un importante e serio spazio di riflessione sullo “stato dell’arte” in Italia. Ci siamo quasi abituati ad ascoltare l’andante motivetto che il nostro Paese è un museo a cielo aperto. Eppure, proprio la nostra Nazione paga, in materia di gestione e valorizzazione dei beni culturali, un ritardo di modernizzazione che diventa enorme se confrontato con le realtà straniere. Abbiamo una diffusa presenza di Soprintendenze, Gallerie e Musei (pubblici), ma proprio questi uffici sono vittime di una sorta di immobilismo latente con strutture di stampo napoleonico ed una gestione paternalistica e fortemente burocratizzata. Mancano invece, o sono marginalmente presenti, i partnership privati, come i cosiddetti stakeholders, ovvero i portatori di interessi, su cui si impernia il sistema americano di gestione e promozione museale.

Dobbiamo poi registrare l’assenza di quella varietà di figure professionali specializzate, fondamentali ai molteplici aspetti della vita di un bene storico artistico, dalla conservazione, alla promozione al marketing ecc. Un elemento, quest’ultimo, significativo se solamente si pensa all’enorme potenzialità di impiego nel settore dell’Arte. Appare evidente quindi la distanza siderale, quasi una votata incapacità, della politica verso la gestione dell’arte, costretta a subire una sorta di discriminazione ideologica, relegata alla stregua di materia d’élite, retaggio di mero piacere estetico e lontana dalle esigenze primarie dei cittadini. Come se la crescita culturale debba considerarsi necessità parziale degli individui. Ma è proprio così? Tralasciando la valenza estetica ed il valore materiale, un’opera d’arte è anzitutto un testimone oggettivo della storia del mondo, narratore silente delle vicende di un popolo e della civiltà che l’ha prodotta. Il bene artistico è come una sorta di scatola del tempo capace, attraverso un sottile e raffinato filo di Arianna, di mettere in relazione il passato con il presente, creando una continuità ideale tra noi e coloro che ci hanno preceduto. Rappresenta un signum profondo ed intimo di appartenenza ad un luogo, ad una storia comune, capace di trasfigurare un aggregato urbano fatto di case, strade e giardini in paesaggio della memoria con una cultura condivisa. Il bene artistico promuove la conoscenza, l’istruzione, l’erudizione ed il senso civico, trasmettendo ad ogni individuo l’immagine delle proprie radici e la consapevolezza di avere un’identità condivisa, una identità nazionale.

Furono proprio queste premesse ed il valore educativo dell’arte che spinsero al filosofo Giovanni Gentile a considerare la centralità della Storia dell’Arte nella sua riforma della scuola; le stesse premesse che condussero Giovanni Bottai a formulare una apposita legge che si occupasse dei beni di interesse storico-artistico. Provvedimenti che segnarono anche il corso dei governi nati dopo la seconda guerra mondiale, fino alla nascita di un apposito ministero. La cultura oggi però appare svilita da scelte poco lungimiranti e generiche. Un dato che si palesa osservando le recenti elezioni: il grande assente dall’agenda dei partiti è stato proprio il tema dei beni culturali; soprattutto di quei movimenti che vedono nell’assenza di storia e di cultura una sorta di verginità e purezza, rispetto ad un passato da considerarsi negativo e da cancellare.

Adolfo Parente


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