Fuksas, l’insopportabile e sopravvalutata archistar renziana

di Dalmazio Frau
29 Ottobre 2016

Lo scontro senza fine tra l’apoteosi autoreferenziale della “Nuvola” di Massimiliano Fuksas e Roma, è divenuto ormai una delle innumerevoli farse di questa meravigliosa città. La sopravvalutazione, non soltanto estetica, delle opere dell’archistar romano è così giunta ai suoi più alti vertici, proprio con questo suo chiacchierato quanto ipercostoso progetto esteticamente discutibile; pari soltanto alla già nota chiesa cubo di Foligno, e come quella rivelantesi null’altro che un magniloquente cenotafio, eretto – come ormai troppo spesso avviene in questo nostro paese – alla maggior gloria dell’ipertrofico ego degli architetti di grido. Una “nuvola”, inscatolata come la teca che soffoca l’Ara Pacis.

In effetti qualcuno avrebbe dovuto notare la similitudine tra le due operazioni e quindi evitare almeno questa seconda, ma si sa che più che la consapevolezza del bene e del bello, è forte la vanità personale e quindi i committenti contemporanei desiderano sempre strafare. Già il desiderio del suo stesso demiurgo autocadico lascia però emergere un dubbio, infatti Fuksas in primis auspica che l’edificio venga acquistato al più presto dai tedeschi. Certo che sarebbe un bel dispetto, prima lo costruisci e poi lo rifili oltralpe. Così questo inutile e vanaglorioso monumento al mondialismo, a una babele meticcia in ossequio alle ideologie radical chic della sinistra renziana, implicitamente, viene scaricato sulle spalle dei nuovi acquirenti e gestori non italiani. Però “The Floating Space” – questo sarebbe il “titolo di lavorazione” con il quale Fuksas identificava il progetto – si erge proprio nel quartiere italianissimo e romanissimo dell’Eur con buona pace di Piacentini e del mai sufficientemente compreso genio di Armando Brasini. Quell’Eur dove, nel frattempo, il Museo Pigorini annaspa insieme ad altri. Ancora una volta a Roma come in gran parte dell’Italia, si è costruito con l’intento di spandere e spendere denaro pubblico, giustificando l’azione naturalmente con le migliori intenzioni che, come si sa, lastricano la strada verso gli Inferi. Così la “nuvola” sarà, non diversamente dalle improrogabili “grandi opere” che tanto affascinano il nostro immaginifico premier, un altro volano utile all’incremento del debito pubblico, così come è stato ed è, quel capolavoro di bruttezza postmoderna chiamato MAXXI, concettuoso e autoreferenziale contenitore di costosissime mostre contemporanee perennemente deserte.

Come la chiesa di Foligno si è rivelata essere un congelatore, altrettanto algida è questa manifestazione d’evanescenza firmata dalla nostra archistar renziana, con ricordi nella sua immagine sospesa a metà tra l’ectoplasmico e un’incombente presenza lovecraftiana. Inquietanti strutture come inquietanti le parole stesse dell’architetto: «Se non si utilizza nei prossimi due anni l’edificio degrada e ci vorranno altrettanto soldi per recuperarlo». Ohibò… come sarebbe a dire… che l’edificio tanto osannato ha una data di scadenza come un qualsiasi prodotto alimentare? Appena due anni? Due anni soltanto? Eppure Chartres sta ancora lì, Santa Maria in Cosmedin non si è degradata dopo due anni… persino il Partenone reggeva se non lo facevano esplodere. Due anni sono proprio pochi per un “coso” che è costato tanto, non trovate? Poi ancora il nostro nerovestito minimalista architetto aggiunge, in perfetta coerenza con il pensiero progressista: «Roma non ha mai funzionato, credo che si abbia un’idea sbagliata del passato come se fosse il luogo migliore della nostra immaginazione. Il passato è stato sempre un disastro». Il “passato è sempre stato un disastro” lo trovo realmente di una supponenza inaccettabile, frase che esprime un odio assoluto nei confronti di tutto il nostro passato artistico e dunque architettonico e monumentale. Un’iconoclastia giacobina neanche troppo velata è posta sotto tali parole. “Roma non ha mai funzionato” denota il disprezzo per un passato glorioso e grandissimo, unico al mondo e che tutto il mondo ci invidia e ammira e che si chiama Rinascimento e poi Età Barocca. Mi spiace che il nostro Massimiliano Fuksas – porta anche il nome di un grande imperatore – questo non sia in grado di ricordarlo. Perché Roma ai tempi in cui reggeva le sorti del mondo, tra XV e XVII secolo, “funzionava” eccome! Perché quel “passato” era il nostro futuro, il nostro reale presente e l’unica eterna e immarcescibile contemporaneità.

Non c’è comunque da preoccuparsi di tutto questo, la “nuvola” come tale è destinata a svanire al vento del tempo, mentre le uniche – quelle sì – grandi opere del nostro passato, saranno ancora lì a indorarsi della luce rosata del tramonto romano.