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Elezioni, la parola d’ordine adesso è: prudenza

di Alessandro Rico, in Attualità, del

Domenica si sono svolte le elezioni politiche e per diverse settimane sarete bombardati da commenti e analisi politiche più o meno autorevoli. Non voglio tediarvi troppo anch’io, quindi sarò brevissimo nel presentarvi questi spunti di riflessione un po’ “random” sul significato del voto del 4 marzo. Credo si tratti di considerazioni che probabilmente non ascolterete in tv e non leggerete sui giornali.

1) Qualcuno vi dirà che al Sud i 5 Stelle hanno sfondato perché attratti dalla chimera dell’assistenzialismo. Non metto in dubbio che il vecchio mito del “posto pubblico” e la proposta del reddito di cittadinanza possano aver fatto breccia in qualche fascia di elettorato. Credo, però, che il “cappotto” pentastellato possa essere compreso appieno solo considerando che al Sud, esattamente come nel Nord a trazione leghista, la richiesta degli elettori e la punizione comminata alla politica sono simili. Da un lato, si vuole lavoro (non lavoro parassitario, ma neppure il lavoro precario, sottopagato e umiliato verso il quale ci sta spingendo il sistema economico in questi decenni), si vuole sicurezza (anche dove la presenza degli immigrati ancora non è pervasiva: anzi, a maggior ragione, si cerca di prevenire l’invasione), ci si vuole liberare dalle zavorre della governance europeista/globalista che sta martoriando il Paese. Dall’altro, si vuole redarguire severamente una classe dirigente stantia, priva di meccanismi di selezione e ricambio, dalla quale i meridionali sono particolarmente (e giustamente) esasperati.

2) Il potere che hanno i media tradizionalmente più vicini al cosiddetto “establishment” di condizionare l’opinione pubblica si va riducendo sempre di più. La campagna imbastita contro i candidati grillini massoni, su rimborsopoli, sul fascismo, sul razzismo ecc. non ha sortito alcun effetto apprezzabile. Anzi, la mia impressione è che certe discussioni, che stuzzicano parecchio la fantasia dei giornalisti progressisti, contribuiscano ad allargare il divario tra “élite” (laddove il termine non indica certo “oi aristoi”, i “migliori”, bensì quelle persone a torto convinte della propria superiorità intellettuale) e il “popolo” (una categoria molto eterogenea, sulla quale varrà la pena discutere in una prossima newsletter dedicata al problema degli esperti, delle classi dirigenti e della democrazia). Questo fenomeno, a sua volta, incrementa il risentimento degli elettori e alla fine alimenta proprio quel tipo di reazione “populista”, tanto vituperata dai media. Lo abbiamo visto già negli Stati Uniti, dove Cnn, Washington Post, New York Times ecc. continuano (magari con buone ragioni) a bacchettare Donald Trump, il cui indice di approvazione tuttavia si mantiene costante (circa il 50% degli americani, secondo le rilevazioni di Rasmussen).

3) In campagna elettorale nessuno ha affrontato il vero tema che dovrebbe essere al centro delle scelte politiche del prossimo governo: l’Europa, l’euro (e, quindi, l’immigrazione, che in larga parte dipende dall’approccio che decideremo di adottare nei confronti di Berlino e Bruxelles). Solo la Lega Nord si è espressa su tali questioni, ma in generale non è chiaro in che modo intendano muoversi i partiti non appiattiti su europeismo e globalismo . Quel che è certo, è che gli italiani stanno diventando sempre più insofferenti nei confronti dell’Unione Europea. Lo dimostra il flop di “Più Europa” e del Partito Democratico, ma soprattutto il fatto che, da una banale somma, risulta che almeno il 60% dei votanti ha accordato la propria preferenza a una lista più o meno euroscettica, più o meno anti-euro, più o meno contraria all’immigrazione di massa.

4) Gli scenari che si aprono a proposito della formazione del prossimo governo sono molto complessi. Ritengo sia ancora abbastanza inutile avventurarsi in previsioni. Mi limito a una considerazione “strategica”. La fretta dimostrata a suo tempo da Matteo Renzi di entrare a Palazzo Chigi non appena se ne fosse presentata l’occasione, come molte mosse spregiudicate, si è rivelata alla fine un clamoroso boomerang. Chi ha letto gli autori antichi e moderni sa che la “prudenza” è una delle principali virtù politiche. A essa, ovviamente, può fare aggio o da ostacolo la “fortuna”, su cui insisteva Niccolò Machiavelli. In linea di massima, il “principe” deve essere, come voleva lo scrittore fiorentino, “golpe e lione”. Renzi era sembrato sia furbo che aggressivo, ma forse ha azzardato troppo. A Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l’esperienza renziana potrebbe suggerire maggiore cautela nell’avventurarsi in un’impresa di governo. Se la situazione decantasse un po’, se si andasse incontro a uno stallo di qualche mese, ritengo (ma naturalmente potrei ingannarmi) che tornare al voto, magari a settembre, consentirebbe a Lega e 5 Stelle di conquistare quei punti percentuali che servono a raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Insomma, in caso di nuove elezioni, forse centrodestra e pentastellati avrebbero la chance di giocarsi il 40%. Il governo Di Maio con appoggio del Pd de-renzizzato, invece, mi sembra un’opzione pericolosa. Il Pd potrebbe riscattarsi, ma anche finire di logorarsi; il Movimento 5 Stelle potrebbe mostrarsi forte e autorevole, portare a casa qualche provvedimento, ma potrebbe anche apparire poltronaro (tanto più che gli elettori hanno chiaramente manifestato il desiderio di non vedere la sinistra al governo, renziana o anti-renziana). Comunque vadano le cose, ne vedremo delle belle.

Alessandro Rico


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