Blocca Trivelle, tra tutela ambientale e indipendenza energetica

di Stefano Mei
27 Febbraio 2019

Per diverso tempo si è discusso e si continua ancora a discutere, del decreto semplificazioni (ora convertito in legge) ed in particolare, uno degli argomenti che viene spesso trattato e che tanto viene amplificato è quello del blocco delle trivelle o degli impianti di perforazione (usando il termine tecnico ed esatto). Già nel 2016 questo argomento venne alla ribalta grazie ad un referendum che proponeva l’abrogazione della norma che estende la durata delle concessioni in zone marittime rientranti nelle dodici miglia nautiche (poco più di 22 Km per intenderci) sino all’esaurimento della vita utile del giacimento, che però non ebbe successo.

Tanti di coloro che si dichiarano contrari alle perforazioni, raramente conoscono il processo documentale iniziale da affrontare e, successivamente, una volta ottenute le autorizzazioni, difficilmente sono a conoscenza delle sequenze operative dell’attività in essere o magari della differenza tra una piattaforma di produzione e una piattaforma di perforazione tra un impianto a mare ed uno a terra. È opportuno in merito a questo argomento, prima di giudicare, di conoscere quel mondo, composto da persone con alta formazione professionale, con una sensibilità spiccata nei riguardi dell’ambiente ed in particolare della propria sicurezza e di quella degli altri lavoratori. Persone che hanno speso anni e soldi della loro vita per crearsi una base culturale per poter affrontare questo lavoro e coniugarlo con la vita familiare. Chi scrive fa parte di questo settore da circa nove anni. Ho avuto l’onore ed il piacere di seguire le operazioni sul campo per far si che il gas arrivi nelle nostre case, dalla perforazione dei pozzi, alla realizzazione di centrali di trattamento e compressione con annesso commissioning e start-up.

È ovvio che non mancano casi “anomali” all’interno di questo settore ma come in tutti i casi i nodi vengono al pettine, sempre.
Alla fine della fiera dopo che la Lega ha messo delle pressioni al M5S, si è trovato un accordo: Stop di diciotto mesi (anziché ai 36 iniziali) sino a ventiquattro in attesa di un Piano Energetico Nazionale, alle concessioni per nuove perforazioni per ricerca prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi sia a terra che a mare, ma rimarrà interesse pubblico e nazionale lo stoccaggio del gas. Verrà aumentato il canone delle concessioni di venticinque volte (anziché trentacinque iniziali).
Sono stati fatti passi notevoli sia per la protezione ambientale sia per quanto riguarda la riduzione degli infortuni sui luoghi di lavoro ed il sito di Assomineraria, in special modo i rapporti ambientali del 2015 e del 2017 ne danno conferma.
Concentrandoci su un discorso economico dobbiamo senza dubbio ragionare su quali effetti può avere questo “blocco”. Certamente il comparto, già in difficoltà da alcuni anni, visto anche il calo del prezzo del petrolio, ne potrebbe soffrire.

Gli investitori stranieri non vedranno di buon occhio l’aumento del canone delle concessioni e pertanto potrebbero decidere di investire altrove, e questo è un danno per il nostro paese. Un paese dove gli investimenti dovrebbero essere alla base, un pane quotidiano. Perché rendere questo paese così poco attraente?
Ci saranno ripercussioni a mio avviso anche per le università, anche se magari non in modo significativo. Gli studenti che vorrebbero intraprendere una facoltà, ad esempio di ingegneria o di geologia per poi magari entrare nel settore Oil&Gas, verrebbero veder meno il loro sogno e potrebbero decidere di andare a formarsi all’estero e anche questo è drammatico per il nostro paese. Perché rendere questo paese così poco attraente anche per i studenti universitari esteri su questo punto?
I Politecnici di Torino e Bari (per citarne due) in collaborazione con l’Eni Corporate University (Scuola di formazione d’eccellenza) hanno inserito in questo settore e conseguentemente nel mondo del lavoro molte persone con diversi ruoli, ma con una preparazione eccellente.

Esiste poi la questione dell’indotto che questi lavori possono portare, in particolare per le attività eseguite a terra. Tanto per fare un esempio banale, perché fare in modo che un hotel di un piccolo paesino ad esempio dell’Abruzzo o dell’Emilia Romagna non possa ospitare i lavoratori che hanno il cantiere nelle vicinanze? Perché proibire ad un bar di sfornare e quindi vendere dieci (numero ipotetico) cornetti in più la mattina e altrettanti cappuccini? Perché proibire ad una tavola calda di lavorare a pieno ritmo a pranzo con delle convenzioni con alcune imprese?
Da qui spero di far capire le conseguenze che il blocco di questi lavori potrebbe portare.

In riferimento al discorso ambientale, in un’ottica di spirito critico questo Governo dovrebbe domandarsi se vale veramente la pena costringere il paese ad essere totalmente dipendente da altri paesi oppure avere un minimo di indipendenza, oppure se è un ragionamento obiettivo quello di sostenere di combattere l’inquinamento, l’effetto serra e altro e poi rimanere indifferenti ad ipotetiche navi petroliere che passerebbero come delle bici in una pista ciclabile davanti le nostre coste con drammatiche conseguenze nel caso in cui (e speriamo mai) una di queste navi abbia dei problemi.

Vogliamo parlare di rinnovabili? Parliamone, perché no, nessuno ha mai detto di non farlo e non è che in Italia manchino aree con pannelli solari oppure pale eoliche su colline con uno spettacolo che offrono quest’ultime a dir poco disgustoso. Aldilà delle opinioni personali è necessario far ripartire il Paese e bloccare delle attività è l’inverso di ciò che realmente serve. Serve pragmatismo, cultura del lavoro e dei doveri, quest’ultimi in particolare se si vogliono far valere certi diritti.